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Giorno del Ricordo in memoria delle vittime delle foibe

10th febbraio 2009

Giorno del Ricordo in memoria delle vittime delle foibe

inserito in Eventi culturali |

Il 10 febbraio si celebra la Giornata del Ricordo in memoria delle vittime delle foibe. Tra l’ottobre del 1943 e il maggio del 1945 almeno cinquemila italiani (ma forse molti di più) furono uccisi dai partigiani comunisti di Tito. 350.000 italiani abitanti dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia dovettero scappare ed abbandonare la loro terra, le case, il lavoro, gli amici e gli affetti incalzati dalle bande armate jugoslave. Decine di migliaia furono uccisi nelle Foibe o nei campi di concentramento titini. La loro colpa era di essere italiani e di non voler cadere sotto un regime comunista.

Questo articolo è stato pubblicato il martedì, febbraio 10th, 2009 alle 9:21 am ed inserito in Eventi culturali. Puoi tenerti aggiornato sui commenti attraverso il feed RSS 2.0. Puoi scrivere commenti, o fare trackback dal tuo sito.

Attualmente ci sono 35 commenti:

  1. 1 On febbraio 11th, 2009, Romeo said:

    La stupidità umana rasenta limiti veramente paurosi quando ci si mette.

    Stragi “politiche” sono seconde forse solo alle stragi religiose … FORSE!!!!

    Grazie per il ricordo … solo tenere vivi certi ricordi ci permetterà di non ricaderci … FORSE … SPERIAMO

    Saluti radiosi

  2. 2 On agosto 15th, 2009, Luciana said:

    ACQUI TERME (AL) Via Martiri delle Foibe
    ALBIGNASEGO (PD) Via Martiri delle Foibe
    ANTRODOCO (Rieti) Giardino “Martiri delle Foibe”
    AREZZO Largo Martiri delle foibe
    ARONA (NO) Largo Martiri delle foibe
    ASSISI (Perugia) Via Martiri delle Foibe
    AVEZZANO (L’AQUILA) Via Martiri delle Foibe
    BANCINA (Palermo) Via Martiri delle Foibe
    BARI Via Martiri delle Foibe
    BELLUNO Piazzale Vittime delle foibe
    BENEVENTO Piazzale Martiri delle foibe
    BRESCIA Via Foiba di Basovizza
    BRINDISI Via Martiri delle Foibe
    BUSSOLENGO (VR) Via Martiri delle Foibe
    CAGLIARI Parco Martiri delle Foibe
    CALOLZIOCORTE (Lecco) Parco Martiri delle Foibe
    CASALE MONFERRATO (Alessandria) Via Vittime delle Foibe
    CASPERIA (Rieti) Via Martiri delle Foibe
    CASTELLABATE (Sa) Via Martiri delle Foibe
    CASTELLABATE (Sa) Via Norma Cossetto
    CASTELNUOVO DEL GARDA (Vr) Via Martiri delle Foibe
    CEGLIE MASSAPICA (BR) Via Martiri delle Foibe
    CERIGNOLA
    CERVETERI (Roma) Via Martiri delle Foibe
    CHIUPPANO (VI) Via Martiri delle Foibe
    CIVITANOVA MARCHE (MC) Via Martiri delle Foibe
    CIVITAVECCHIA Parco Uliveto intitolato ai Martiri delle Foibe
    CIVITAVECCHIA (Roma) Targa ai Martiri delle Foibe
    COMO Giardini Martiri delle Foibe istriane
    CONEGLIANO VENETO (TV) Via Martiri delle Foibe
    CORTEMAGGIORE (Piacenza) Via Martiri delle Foibe
    CRESCENTINO (Vc) Via Martiri Delle Foibe
    DESENZANO DEL GARDA (BS) Via Martiri delle Foibe
    FERMO (AP) Viale Martiri delle Foibe
    FIRENZE Via Martiri delle Foibe
    FONDI (LT) Piazza Martiri delle Foibe
    FORLI’ Viale Martiri delle Foibe
    GRADO (Gorizia) Piazza Martiri delle Foibe
    GROSSETO Piazza Martiri delle Foibe istriane
    GUIDONIA MONTECELIO (Roma) Piazza Martiri delle Foibe
    JESOLO (VE) Via Martiri delle Foibe
    LANCIANO (Chieti) Piazza Martiri delle Foibe
    LECCO Riva Martiri delle foibe
    LEONESSA (Rieti) Largo dei Martiri delle Foibe Istriane
    LIMBIATE (Milano) Piazza Martiri delle Foibe
    LOANO (SV) Via Martiri delle Foibe
    MAIOLATI SPONTINI (AN) Largo Martiri delle foibe
    MARINA DI PISA Via Martiri delle Foibe
    MILANO Largo Martiri delle foibe
    MODENA Via Martiri delle Foibe
    MONTEBELLUNA Piazzale Vittime delle foibe
    MONTEROTONDO ???? Piazza Martiri delle Foibe
    NOVENTA VICENTINA (Vicenza) Via Vittime delle Foibe
    ONARA DI TOMBOLO (PN) Via Martiri delle Foibe
    ORISTANO Via Martiri delle Foibe
    PAGNACCO (UD) Piazzale Martiri delle Foibe
    PALERMO Via Foibe
    PISA Via Martiri delle Foibe
    PISTOIA Via Martiri delle Foibe
    PORTOMAGGIORE (FE) Via Martiri delle Foibe
    PRATO Via Martiri delle Foibe
    RECANATI (Macerata) Via Martiri delle Foibe
    RIVA DEL GARDA (Trento) Largo Caduti delle Foibe
    RIVAROLO CANAVESE (Torino) Via Vittime delle Foibe
    ROBECCO SUL NAVIGLIO Via Martiri delle Foibe
    ROCCA DI BERGAMO Via Martiri delle Foibe
    ROMA Largo delle Vittime delle Foibe istriane
    RONCHI DEI LEGIONARI (GO) Via Martiri delle Foibe
    ROVERETO (TN) Piazza Vittime delle Foibe
    SALO’ (Brescia): Galleria Martiri delle Foibe
    SALO’ (Brescia): Via Martiri delle Foibe
    SAN LAZZARO DI SAVENA (BO) Via Martiri delle Foibe
    SAN PIETRO DI LAVAGNO (VR) Via Martiri delle Foibe
    SAN SEVERO (FG) Largo Vittime delle Foibe
    SANREMOSanremo (Imperia) Via Martiri delle Foibe
    SCAFATI (SA) Via Martiri delle Foibe
    SERVIGLIANO (Ascoli Piceno) Via Martiri delle Foibe
    SETTIMO TORINESE (TO) Via Martiri delle Foibe
    SIMERI CRICHI (Catanzaro) Piazza Vittime delle Foibe
    TERAMO Via Martiri delle Foibe
    TERMOLI (CB) Largo Martiri delle foibe
    TRENTO Via Vittime delle Foibe
    TRIESTE Monumento dedicato ai Martiri delle Foibe
    TRIESTE Via Largo don Francesco Bonifacio
    TRIESTE Via Norma Cossetto
    VENTIMIGLIA (Imperia) Via Martiri delle Foibe
    VICENZA Via Martiri delle Foibe
    VIGEVANO (PV) Via Martiri delle Foibe
    VILLAFRANCA LUNIGIANA (Massa-Carrara) Piazza Vittime delle Foibe
    VITERBO Largo Martiri delle Foibe istriane
    VITTORIA Via Martiri delle Foibe
    VOGHERA (PV) Via Martiri delle Foibe
    VOLPIANO (TO) Via Vittime delle Foibe

  3. 3 On agosto 15th, 2009, Corrado said:

    SONDAGGI sulle Foibe (Albate)

    Conosci la Bandiera dell’Istria?
    Il 100 per cento a risposto NO
    Sai che ad Albate c’è una comunità di Istriani?
    Il 100 per cento ha risposto NO
    Conosci la differenza tra la Giornata della Memoria ed il Giorno del Ricordo?
    Il 96,7 per cento ha risposto NO
    Quando è commemorato il Giorno del Ricordo?
    Solo il 3,1 per cento ricordava 10 febbraio.

    “LE FOIBE” tombe senza nomi e senza fiori dove regna il silenzio dei morti e …..il silenzio dei vivi

  4. 4 On agosto 16th, 2009, Andrea said:

    ULTIMO ATTO INTIMIDATORIO DA PARTE DI TITO PER COSTRINGERE AD ABBANDONARE POLA
    ECCIDIO IN UNA SPIAGGIA IN FESTA DI POLA
    MOLTI BAMBINI – NONNE – MAMME

    BALDUCCI Leambruno 25
    BERDINI Amalia 34
    BERDINI Emilio 36
    BERDINI Luciana 5
    BERDINI Ornella 32
    BRANDIS Alberto 3
    BRANDIS Ferruccio 34
    BRANDIS Ida 31
    BRESSAN Gigliana 23
    BRESSAN Salvatore 27
    BRONZIN Francesca 41
    CHERPAN Paolo 24
    DEBONI (Lussi) Maria 37
    DINELLI (HEGEDICH) (Mamma) Amalia 36
    DINELLI (Nonna) Giovanna 60
    DINELLI (Papa’) Olao 37
    DINELLI (Sorella) Norina 6
    DINELLI (Zio e fratello di Olao) Otello 24
    GIURINA Nadia 11
    LUCHEZ Rosina 19
    MARAN Valeria 50
    MARCHI Silvana 5
    MARCHI (Deboni) Caterina 31
    MARESI Franco 8
    MARESI Graziella 5
    MARESI (Gilve) Jolanda 28
    MARESI Milena 3
    MARINI Liliana 23
    MARTIN Argia 42
    MARTIN Nicolò 20
    MICHELETTI Alberto 37
    MICHELETTI Carlo 9
    MICHELETTI Enzo 4
    MICHELETTI (Maresi) Caterina 37
    MINGARONI Palmira 50
    MINGARONI Riccardo 49
    MUGGIA Vitaliano 10
    NICCOLI Marialuisa 12
    NOVAK (in Toniolo) Maria 48
    QUARANTOTTO Anita 37
    RICATO Aurelio 10
    ROCCO Camilla 30
    ROCCO Gianna 5
    ROCCO Licia 8
    ROCCO Mario 36
    ROICI Ginanfranco 12
    ROICI Lucio 15
    RUPILLO (Crosilla) Adelina 24
    SABATTI Francesco
    SACCON Fulvio 3
    SACCON Riccardo 50
    SACCON Trifone 42
    SACCON (Contus in Saccon) Emma 50
    SACCON (Faraguna in Saccon) Stefania 31
    SPONZA Alberto 55
    SUCCI Carlo 6
    TONIOLO Francesco 45
    VICCHI Vilma 23
    VIDOVICH (ved. Mingaroni) Giovanna 72
    VIVODA Sergio 8
    VOLCHIERI Alfredo 28
    VOLCHIERI Jolanda 34
    ZAVERSNICH Francesco 30
    ZELESCO Edmondo 6

    I resti delle Vittime con i nomi evidenziati in verde sono raccolti nel sacrario del Cimitero di Pola ad opera del sopravvissuto Sacconi.

  5. 5 On ottobre 10th, 2009, Loredana said:

    Napolitano: «Foibe, ignorate per cecità»
    Il presidente della Repubblica interviene nel giorno del ricordo delle vittime della pulizia etnica contro il popolo giuliano-dalmata STRUMENTI
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    Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano (Ap)
    ROMA – Il dramma del popolo giuliano-dalmata fu scatenato «da un moto di odio e furia sanguinaria e un disegno annessionistico slavo che prevalse innanzitutto nel trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica». Lo ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, intervenendo nel Giorno del ricordo delle vittime delle foibe, le cavità carsiche nelle quali, tra il 1943 e il 1945, vennero fatti sparire migliaia di oppositori al regime di Tito (■ la scheda). «Non dobbiamo tacere – ha aggiunto il presidente, che al Quirinale ha incontrato gli eredi delle vittime -, assumendoci la responsabilità di aver negato o teso ad ignorare la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica» il dramma del popolo giuliano-dalmata. Una tragedia, ha spiegato, «rimossa per calcoli dilomatici e convenienze internazionali».
    «BASTA SILENZI» – «Oggi che in Italia abbiamo posto fine ad un non giustificabile silenzio, e che siamo impegnati in Europa a riconoscere nella Slovenia un’amichevole partner e nella Croazia un nuovo candidato all’ingresso nell’Unione – ha sottolineato il capo dello Stato -, dobbiamo tuttavia ripetere con forza che dovunque, in seno al popolo italiano come nei rapporti tra i popoli, parte della riconciliazione, che fermamente vogliano, è la verità. È quello del Giorno del Ricordo è precisamente un solenne impegno di ristabilimento della verità».
    L’EREDITA’ DI CIAMPI – Napolitano ha voluto richiamarsi esplicitamente al suo predecessore, Carlo Azeglio Ciampi, dicendo che ne raccoglie l’esempio circa «il dovere che le istituzioni della Repubblica sentono come proprio, a tutti i livelli, di un riconoscimento troppo a lungo mancato». Nell’ autunno 1943, ha spiegato Napolitano citando recenti riflessioni e ricerche, «si intrecciarono giustizialismo sommario e tumultuoso, parossismo nazionalista, rivalse sociali e un disegno di sradicamento della presenza italiana da quella che era e cessò di essere la Venezia Giulia».
    LA «NUOVA EUROPA» – «La disumana ferocia delle foibe – ha detto ancora – fu una delle barbarie del secolo scorso, in cui si intrecciarono in Europa cultura e barbarie. Non bisogna mai smarrire consapevolezza di ciò – ha sottolineato – nel valorizzare i tratti più nobili della nostra tradizione storica e nel consolidare i lineamenti di civiltà, di pace, di libertà, di tolleranza, di solidarietà della nuova Europa che stiamo costruendo da oltre 50 anni, e che è nata dal rifiuto dei nazionalismi aggressivi e oppressivi, da quello espresso nella guerra fascista a quello espresso nell’ ondata di terrore jugoslavo in Venezia Giulia. La nuova Europa esclude naturalmente anche ogni revanchismo».
    11 febbraio 2007

  6. 6 On luglio 2nd, 2010, Amici di Maria colpevoli di averLa abbandonata said:

    MARIA PASQUINELLI, intervistata da un giornalista all’uscita dal carcere di Firenze il 22 settembre 1964 ha risposto disgustata: non desidero parlare con nessuno e rilasciare alcuna dichiarazione. Mi hanno dimenticato e voglio essere dimenticata.
    Maria si sta spegnendo abbandonata da tutti. Vergogna!
    I personaggi “PURI” come Maria sono scomodi e soprattutto fuori moda.

    Nessuno muore del tutto finché ne sia conservato il ricordo” ( Jorge Luis Borges)

  7. 7 On luglio 15th, 2010, enzo said:

    Maria è ancora in vita? Da tanto desidero saperlo. Notizie la davano morta, altre in vita. Chi sa qualcosa di preciso? Potrebbe benissimo essere ancora viva. Vi prego, chi sa qualcosa di preciso, se è in vita, dove si trova, me lo faccia sapere, all’e.mail qui indicata.
    Non tutti l’hanno dimenticata: mia mamma l’ha ricordata fino ai suoi ultimi giorni, e ricordo, quando ero bambino, mi faceva recitare tutte le sere una preghiera per Maria che si trovava in prigione.
    C’è chi dice si trovi a Firenze, chi a Varese, chi a Bergamo.
    Chi mi può aiutare?? Grazie di cuore

  8. 8 On luglio 27th, 2010, Il nostro Tricolore said:

    Testimonianza di Stefano Petris
    Nel carcere di Fiume il 9 ottobre 1945 Stefano Petris scrisse il suo testamento sui fogli bianchi dell’”Imitazione di Cristo”:
    “…Non piangere per me. Non mi sono mai sentito così forte come in questa notte di attesa, che è l’ultima della mia vita. Tu sai che io muoio per l’Italia. Siamo migliaia di italiani, gettati nelle Foibe, trucidati e massacrati, deportati in Croazia falciati giornalmente dall’odio, dalla fame, dalle malattie, sgozzati iniquamente. Aprano gli occhi gli italiani e puntino i loro sguardi verso questa martoriata terra istriana che è e sarà italiana.
    Se il Tricolore d’Italia tornerà, come spero, a sventolare anche sulla mia Cherso, bacialo per me, assieme ai miei figli. Domani mi uccideranno. Non uccideranno il mio spirito, né la mia fede. Andrò alla morte serenamente e come il mio ultimo pensiero sarà rivolto a Dio che mi accoglierà e a voi, che lascio, così il mio grido, fortissimo, più forte delle raffiche dei mitra, sarà: “viva l’Italia!”.

  9. 9 On luglio 30th, 2010, Mariella said:

    Per Maria Pasquinelli basta chiedere al Comune di Bergamo (anche via posta) il certificato di residenza e si sa dove si trova.
    Sembra un mistero, invece è facilissimo.

  10. 10 On agosto 12th, 2010, Mariella said:

    Maria Pasquinelli
    Cosa c’è sotto di “buio” per nascondere il luogo dove si trova Maria Pasquinelli quando è da parecchi anni che non è più in grado di intendere e di volere? Perchè questo mistero?
    Chi ha nominato il suo tutore? Perchè Maria viene marcata così stretta che è proibito anche portarle un fiore? C’è qualcosa che non va!

  11. 11 On agosto 15th, 2010, Martiri said:

    Uva-Cossetto-Pasquinelli tre Martiri

    Quando nel 1935, le navi che trasportavano i nostri soldati verso l’Africa Orientale percorsero il canale di Suez (realizzato fra il 1859 e il 1869 su progetto dell’italiano Luigi Negrelli) furono salutate da entusiastiche dimostrazioni dei connazionali residenti in Egitto.
    Una suggestiva copertina dell’indimenticabile “Domenica del Corriere”, illustrata da Achille Beltrame, ci mostra appunto le navi dei legionari circondate da imbarcazioni colme di italiani festanti con bandiere tricolori. Annunciando alla radio l’inizio dell’impresa africana, Benito Mussolini aveva esaltato la mobilitazione di milioni di italiani, “un cuore solo, una volontà sola, una decisione sola”.
    In quei giorni, una giovane italiana, nata in Francia e residente in Egitto, divenne famosa in tutto il mondo per le manifestazioni di fervido patriottismo di cui si rese protagonista all’indirizzo dei nostri legionari, sfidando l’ostilità inglese. Il suo nome: Maria Uva.
    Un nome caro a generazioni di italiani autentici, come quelli di Norma Cossetto, la martire istriana, di Maria Pasquinelli, che colpì l’oppressore inglese, di Alfa Giubelli, che vendicò il sacrificio materno.
    Maria Uva si sentiva, come mi ha detto nei giorni scorsi, “mamma, sorella, sposa di tutti i legionari”. Oggi la “ragazza del canale di Suez” è una dolce signora di 94 anni che trascorre le sue giornate, leggendo e conversando, in un pensionato di Meldola, la cittadina romagnola nei pressi di Forlì, che la ospita da anni. E’ piccola, esile, fragile. Solo rievocando le vicende drammatiche e sanguinose delle persecuzioni che dovette subire nel 1945, ad un certo punto, s’è commossa abbandonandosi ad un lungo singhiozzo.
    Eppure si sente che questa donnina è dotata tuttora d’una grande energia interiore ed è ancora capace d’entusiasmi giovanili, soprattutto quando ricorda e rievoca i tempi e gli episodi della sua “avventura africana”.
    Maria nacque in Francia a Villeneuve, presso Lourdes, nella famiglia De Luca, d’origine piemontese. Suo marito, Pasquale Uva, era nato invece in Egitto da genitori pugliesi. Quando gli italiani, sfidando le minacce della “Home Fleet” albionica, attraversarono il Canale di Suez (l’Egitto era controllato dagli inglesi) dirigendosi verso i porti dell’Eritrea e della Somalia, Maria si trovava nella terra dei Faraoni da 9 anni, avendo raggiunto la sorella che viveva al Cairo. Si era sposata nel 1933 ed abitava a Porto Said. Infiammata d’italianità, con l’amico Nino Scotto, si distinse ben presto nelle manifestazioni di saluto e solidarietà verso i nostri soldati colonizzatori che andavano a conquistare “il posto al sole” ed a spezzare le catene degli schiavi. Un piccolo arabo correva ad avvertirla: “Il piroscafo!” e allora Maria, ammantata in un tricolore, volava verso le sponde del Canale, gridava (senza microfono!) tutto il suo amore e cantava le canzoni della Patria.
    Correva felice e rispondeva al saluto entusiasta dei soldati, aggrappati alle sartie. “Fin dove ci accompagni, Maria?”, le chiedevano sorridenti. “Fino ad Addis Abeba!” gridava Maria. In effetti, li accompagnava ogni volta per novanta chilometri, talvolta correndo a piedi o pilotando l’auto. Ed era davvero uno spettacolo straordinario – e divenne come un “mito” in tutto il mondo – quella “giovane in tricolore” che esprimeva gioia e fervore, salutata da tutti quei soldati e marinai che esplodevano festosamente alla sua apparizione.
    Gli inglesi, naturalmente, masticavano amaro e non nascondevano il loro disappunto.
    Maria se ne infischiava dell’ambiente ostile che la circondava, non aveva paura.
    Intanto la sua popolarità cresceva fra le comunità italiane nel mondo, anche a Brooklyn, dove la sua immagine era esposta nei negozi e sulle copertine dei nostri periodici. Maria Uva era divenuta il dolce simbolo del patriottismo italiano, l’espressione di una femminilità che s’imponeva fra tante difficoltà, rivendicando un suo ruolo attivo nell’ora del più esaltante impegno nazionale. Ma la reazione inglese non si fece attendere: il marito di Maria Uva si ritrovò senza lavoro e le angherie nei confronti della giovane coppia si moltiplicarono al punto che i due coniugi dovettero far ritorno in Italia nel 1937. Maria si ritrovò all’altare della Patria con gloriosi reduci della conquista dell’impero e fu poi ricevuta a Palazzo Venezia da Colui che ancora chiama affettuosamente “il mio Duce”.
    Mussolini l’accolse con grande simpatia ripetendo: “Siete tre volte italiana!”. Alludeva al suo fervore dell’italianità, intatto malgrado la lunga permanenza all’estero, in Francia, in Egitto.
    Onorata dal Duca D’Aosta e da Piero Parini, Segretario dei Fasci degli Italiani all’Estero, Maria fu invece delusa dall’incontro con Bottati, vago ed elusivo di fronte alle richieste di un posto di lavoro. Eppure le era stato consegnato un distintivo, fregiato del gladio romano, col quale il Duce le manifestava la riconoscenza del popolo italiano per il suo esemplare patriottismo!
    Fra l’altro la decorazione era stata indirizzata “Alla Signorina Maria Uva”, con evidente (logico) disappunto del legittimo consorte.
    Pasquale Uva, morto nel 1969 a Meldola dove abitava con la moglie da 33 anni, trovò impiego a Milano nell’Azienda ferrotranviaria, mentre Maria s’impiegò dapprima all’O.N.M.I. presieduta dal famoso Marinotti della Snia Viscosa e qui si deve rilevare la grande capacità della giovane profuga nell’inserirsi negli ambienti altolocati, senza che la frequentazione dei personaggi della nobiltà e della finanza (dai Matarazzo alle Trivulzio) venisse a scalfire in alcun modo la sua spontanea freschezza ed il suo assoluto disinteresse.
    Anzi Maria, che nel frattempo diede alle stampe il suo “Libro di Maria” (rievocazione appassionata della vicenda di cui era stata protagonista), approfittò della rete di conoscenze per dare vita ad iniziative di alto valore morale e di rilievo sociale (oggi si direbbe di volontariato) come “L’ora della lana”, facendo fare le calzette alle signore dei salotti milanesi e impiegando le detenute di san Vittore nella preparazione degli abiti per i bimbi.
    Sia le nobildonne e le signore che le carcerate erano così impegnate nelle iniziative di Maria Uva, grazie alle quali furono vestiti ben 2.200 bambini.
    Ma con la seconda Guerra Mondiale, l’infaticabile donna s’occupò anche dei nostri soldati operanti nel freddo e nel gelo delle terre balcaniche, tant’è che organizzò il rifornimento d’indumenti adeguati, prodotti dalle sue volontarie, da Tirana al Montenegro. Nel contempo prese contatto con un celebre scenografo russo della “Scala” per dar vita ad un suggestivo spettacolo nel corso del quale, al Lirico, si esibì come cantante (il “pezzo forte”, naturalmente, furono le “Canzoni del Canale”, vale a dire quelle che, con la sua voce vibrante e gentile, aveva dedicato ai legionari dell’Impero). Furono tre serate indimenticabili. Con il 25 luglio 1943, suo marito si ritrovò nuovamente senza lavoro, ma il peggio accadde dopo il 25 aprile del 1945 quando, sfollata per i bombardamenti a Giussano (mentre la sua casa di Anzio s’era trovata nella “testa di ponte), si vide prelevata, assieme al marito, da un nugolo di energumeni partigiani che scaricatala poi da un camion, la presero a calci e la trascinarono, con insulti osceni, fino ad un luogo dove la terra era vistosamente chiazzata da macchie di sangue.
    Lì era stata uccisa un’altra donna, un’Ausiliaria, ed i partigiani le dissero chiaramente che quella sarebbe stata anche la sua fine. Suo marito, disperato si gettò davanti a lei gridando: “Uccidete me! Lei ha fatto solo del bene!”
    I “giudici” partigiani erano tre e qui accadde l’incredibile. Il più anziano dei tre riconobbe Maria Uva e disse: “E’ vero ha fatto del bene a mio figlio. Se le facessi del male, lui non me lo perdonerebbe”.
    Non soltanto la lasciò andare, ma le regalò un pezzo di formaggio perchè si sfamasse.
    Quando ritornò a Giussano, la popolazione era in fermento poichè intendeva liberarla dalle grinfie dei partigiani. L’accolsero perciò con grande calore.
    Ma le peripezie di Maria Uva non cessarono per questo. Il cognato Francesco era morto sotto le bombe americane, un altro familiare era finito in Russia.
    Lei si trasferì col marito a Bisceglie, dove poi conobbe un buon amico, Vito Canainello, il realizzatore del grattacielo di Bari. Poi da Roma andò a Nettuno dove, con Pasquale, visse in una trattoria, mentre il produttore israelita Morris Ergas, già legato alla Pampanini e poi alla Sandra Milo, aveva acquistato da lei casa e mobili. I coniugi Uva decisero infine di trasferirsi al nord, precisamente nella tranquilla Meldola, dove ebbero occasione di stringere amicizia con Plinio Pesaresi, già comandante di Giorgio Albertazzi nella RSI, nonchè col noto prof. Sartini, di chiari sentimenti fascisti.
    Maria Uva, naturalmente, non hai mai rinnegato i sentimenti e le convinzioni della sua giovinezza. E’ stata “madrina” in numerose manifestazioni missine e combattentistiche. Io stesso la conobbi, negli anni Cinquanta, nella Federazione forlivese del MSI. Negli anni Sessanta, nel corso di una manifestazione alla presenza del leggendario Generale Bergonzoli (“Barba Elettrica”), Maria ricevette l’omaggio di ben otto Medaglie d’Oro. Particolarmente intensi ed affettuosi i suoi rapporti con Donna Rachele (“era mia sorella”, dice).
    Oggi questa donna straordinaria, alla quale stanno dedicando una tesi di laurea presso l’Università di Bologna (il che è tutto dire), vive in precarie condizioni economiche. Vive in solitudine il tramonto della sua vita così intensa e coraggiosa, poichè l’Italia sembra proprio aver dimenticato colei che fu il simbolo di una giovinezza piena di ideali e di entusiasmi.
    Sarebbe doveroso testimoniarle una concreta solidarietà. Lo merita per il suo splendido passato e per la sua attuale esistenza, fatta di dignitosa povertà e di silenziose incancellabili memorie.

    LINEA Quotidiano del 3 Dicembre 1999

  12. 12 On agosto 27th, 2010, Maria Pasquinelli: Mistero said:

    Maria Pasquinelli, la patriota fiorentina che nel 1947 uccise il Gen. De Winton, comandante inglese della piazzaforte di Pola, in segno di protesta contro gli Alleati che avevano imposto all’Italia un trattato di pace punitivo con la perdita di Fiume, della Dalmazia e di quasi tutta l’Istria, ha raggiunto la veneranda età di 97 anni (16.03.1913) e vive in un pensionato. Come ha fatto a rilasciare un’intervista nel 2008 se all’epoca aveva già perso conoscenza della realtà e non viveva più nella sua casa di Bergamo perchè è stata portata nel pensionato dove attualmente vive?
    Maria Pasquinelli continua ad essere un grande mistero. C’è qualcuno in grado di abbattere il muro di omertà che la circonda? Qual’è il mistero?

  13. 13 On agosto 29th, 2010, C.B. said:

    Maria Pasquinelli
    Chi ha le chiavi di casa e l’autorizzazione ad entrare nell’appartamento di Maria Pasquinelli e di tutti i documenti ivi compresi?

  14. 14 On settembre 8th, 2010, R.A. said:

    L’unico diritto del fascista e quello di compiere per prima il sacrificio e il dovere.
    cit. Maria Pasquinelli

  15. 15 On settembre 25th, 2010, MARTIRE PATRIOTA said:

    Siamo sicuri che dopo la morte di Maria Pasquinelli tutti scriveranno romanzi più o meno inventati sulla Sua vita solo ed eslusivamente per visibilità.
    Ora che è in vita c’è chi addirittura la chiama “assassina” invece di chiamarla PATRIOTA MARTIRE.

  16. 16 On ottobre 3rd, 2010, Figli e Nipoti di Esuli e di Caduti said:

    STRAGE DI VERGAROLLA – 18 AGOSTO 1946

    La pulizia etnica voluta da Tito a danno degli italiani, ed ammessa senza mezzi termini dai suoi massimi luogotenenti quali Gilas e Kardelj, ebbe il momento di punta negli eccidi delle foibe, proseguiti a lungo, anche dopo la guerra, in spregio al diritto positivo, e prima ancora, a quello naturale.

    Un episodio di particolare e tragica efferatezza, che conviene proporre al ricordo di tutti, fu la strage di Vergarolla, compiuta nei pressi di Pola il 18 agosto 1946, sedici mesi dopo la fine del conflitto: in una giornata di festa, elementi dell’OZNA, la polizia politica jugoslava, fecero brillare 28 mine di profondità (contenenti esplosivo per circa dieci tonnellate) che erano state depositate sulla spiaggia, provocando un centinaio di Vittime.

    Fu un atto intimidatorio per costringere la popolazione italiana ad abbandonare Pola, con un esodo in massa che coinvolse il 92 per cento degli abitanti. Ufficialmente, la paternità della strage rimase ignota per molti anni, anche se tutti sapevano quale ne fosse la matrice, ma in tempi recenti l’apertura degli archivi inglesi di Kew Gardens (Foreign Office) ha permesso di mettere in chiaro la verità, con i nomi degli esecutori materiali.

    Vergarolla fu un atto proditorio e vile, compiuto a danno di una popolazione inerme, richiamata anche da una manifestazione sportiva, e costituita in buona misura da bambini, donne ed alcune persone anziane: le 64 Vittime identificate avevano un’età media di 26 anni. Per molti altri, fu impossibile ricomporre i poveri resti, letteralmente disintegrati dall’esplosione.

    Ecco i Nomi delle Vittime conosciute (per ciascuna, con indicazione dell’età).

    BALDUCCI Leon Bruno 25
    BERDINI Amalia 34
    BERDINI Emilio 36
    BERDINI Luciana 5
    BONITA Mario 11
    BORRI Valeria 50
    BRANDIS Alberto 3
    BRANDIS Ferruccio 34
    BRESSAN Salvatore 27
    BRONZIN Francesca 41
    CHERPAN Paolo 24
    CONTUS Emma 50
    CROSILLA Adelina 24
    DEBONI Caterina 31
    DEMARIN Ida 27
    DE TOFFOLI Giuliana 23
    DINELLI Amalia 36
    DINELLI Norina 6
    DINELLI Olao 37
    DINELLI Otello 24
    FARAGUNA Stefania 31
    GILVE Jolanda 28
    GIURINA Nadia 11
    LUCHEZ Rosina 20
    LUSSI Maria 37
    MANCINI Giovanna 60
    MARCHI Silvana 5
    MARESI Caterina 37
    MARESI Franco 8
    MARESI Graziella 5
    MARESI Marina 3
    MARINI Liliana 23
    MARRA Camilla 30
    MARTIN Argia 42
    MARTIN Nicolò 10
    MICHELETTI Alberto 37
    MICHELETTI Carlo 9
    MICHELETTI Enzo 4
    MIHALIEVICH Ornella 32
    MINGARONI Palmira 50
    MINGARONI Riccardo 49
    MUGGIA Vitaliano 14
    NICCOLI Maria Luisa 12
    NOVAK Maria 48
    QUARANTOTTO Anita 37
    RICATO Aurelio 10
    ROCCO Gianna 5
    ROCCO Licia 8
    ROCCO Mario 36
    ROICI Gianfranco 12
    ROICI Lucio 15
    SABATTI Francesco 35
    SACCON Fulvio 3
    SACCON Riccardo 50
    SACCON Trifone 42
    SPONZA Alberto 55
    SUCCI Carlo 6
    TONIOLO Francesco 45
    VICCHI Vilma 23
    VIDULICH Giovanna 72
    VIVODA Sergio 8
    VOLCHIERI Alfredo 28
    VOLCHIERI Jolanda 34
    ZAVERSNICH Francesco 30
    ZELESCO Edmondo 6

    Dalla strage di Vergarolla, come dal genocidio programmato a danno degli italiani di Venezia Giulia e Dalmazia, sono passati oltre 60 anni: tanti, ma non troppi per coloro che piangono i propri Caduti, e per i pochi superstiti che ricordano con raccapriccio quella tragedia agghiacciante, e la perversità delle sue motivazioni.

    Qui, si vuole soltanto rammentare il clima di terrore che si diffuse a Pola, e l’indignazione del Consiglio comunale che inoltrò un’immediata e vibrante protesta al Comando Supremo Alleato del Mediterraneo ed a quelli locali, senza alcun apprezzabile seguito: la Corte d’inchiesta non pervenne, o non volle pervenire, a risultati probanti. Anzi, a breve distanza da Vergarolla giunse notizia che anche Pola, diversamente da quanto era stato ipotizzato, sarebbe stata ceduta alla Jugoslavia.

    Di qui, l’esodo compiuto entro i primi mesi del 1947 da parte di un popolo che aveva una grande colpa, quella di essere italiano; ma che nonostante il dolore seppe affermare con grande dignità e coraggio i valori etici di civiltà e giustizia, e quello di un esemplare amore patrio.

    ECCIDIO DI VERGAROLLA (18 agosto 1946)
    Motivazione decisiva dell’Esodo da Pola
    (92% dell’intera cittadinanza)

    Bibliografia essenziale:
    * Elvino Tomasini – Pola Addio! E altri racconti – Edizioni “Italo Svevo” – Trieste 1977
    * Lino Vivoda, L’Esodo da Pola – Agonia e morte di una città italiana, Nuova Lito Effe, Piacenza 1989.
    * Pasquale De Simone, Ripresa italiana a Pola dopo il maggio 1945, Edizione ANVGD, Gorizia 1989
    * Flaminio Rocchi, L’Esodo dei 350 mila Giuliani, Fiumani e Dalmati, Edizioni Difesa Adriatica, Roma 1990.

    * Lino Vivoda, Campo profughi giuliani – Caserma Ugo Botti – La Spezia, Edizioni Istria Europa, Imperia 1998.
    * Regina Cimmino, Quella terra è la mia terra. Istria: memoria di un esodo, Edizioni Il Prato, Padova 1998

    * Wanda Muggia, Natalia, Casa Editrice Nuovi Autori, Milano 1999.
    * Wanda Muggia, L’epoca di Wanda, Editrice L’Autore Libri, Firenze 2003
    * Raul Pupo, Il lungo Esodo – Istria: le persecuzioni, le foibe, l’esilio, Edizioni Rizzoli Storica, Milano 2005
    * Lino Vivoda, Libero Comune di Pola in Esilio – 60 anni di cronache della diaspora polesana, Edizioni L’Arena di Pola, Trieste 2005
    * Wanda Muggia, Il percorso della foto storica, Il Filo Editore, Roma 2007
    * Angelo Orsini, L’Esodo a Latina – La storia dimenticata dei Giuliani e Dalmati, Editore Aracne, Roma 2007
    * Carlo Montani, Vergarolla: una verità definitiva, in “Rivista della Cooperazione Giuridica Internazionale”, anno X numero 29, Nagard, Milano 2008
    * Fabio Amodeo e Mario Cereghino, Trieste: Il Confine Orientale tra guerra e dopo-guerra, Ed. FVG 2008
    * Riccardo Basile, Cronologia essenziale della storia d’Italia e delle terre Giulie, a cura della Federazione Grigioverde, Editore Italo Svevo, Trieste 2010
    * Pierluigi Pallante (a cura di), Il giorno del Ricordo – La tragedia delle Foibe, Editori Riuniti, Roma 2010
    * Jan Bernas (a cura di), Ci chiamavano Fascisti. Eravamo Italiani, Mursia, Milano 2010
    * Stefano Zecchi, Quando ci batteva forte il cuore – Istria 1945. Un padre e un figlio, un grande viaggio alla ricerca dell’identità rubata dal vento della Storia, Mondadori, Milano 2010.

  17. 17 On ottobre 10th, 2010, FOIBE said:

    Studio sulla vergogna dimenticata:LE FOIBE
    Probabilmente a molti questa parola non dice nulla, così come Bassovizza e Opicina sono luoghi sconosciuti ai più, ma quella parola quei luoghi rappresentano una delle pagine più tristi e drammatiche della storia Italiana.

    Le Foibe ( dal latino “fovea”, che significa “fossa”); non sono solo voragini rocciose, a forma di imbuto rovesciato, create dall’erosione di corsi d’acqua, che possono raggiungere anche i 200 metri di profondità, ma rappresentano anche delle inguaribili ferite nella memoria e nella coscienza di molti italiani. In quei luoghi dall’8 settembre del 1943 e fino a tutto il 1946, in Istria prima e poi nel territorio di trieste e in gran parte della venezia giulia, i partigiani delle formazioni titine, cui erano in qualche caso aggregate formazioni partigiane italiane, usavano le foibe per eliminare, gettandoveli dentro, i “fascisti italiani, militari o civili che fossero. Ben di rado l’eliminazione fisica e il conseguente ” infoibamento” avveniva mediante una semplice fucilazione. Comunemente, prima di essere gettati nelle fosse, gli uomini e le donne, rastrellati e strappati dalle loro case e condannati senza processo alcuno, erano evirati, stuprati, accecati, torturati. Alcuni furono legati a cadaveri con filo spinato e quindi gettati vivi nei crepacci. Il numero così delle persone sterminate non è mai stato accertato. Nelle foibe furono precipitati civili d’ogni credo e colore politico, colpevoli esclusivamente d’essere italiani. Ma per questi crimini nessuna ha mai pagato!

    Nei libri di storia a scuola non troverete quest’argomento, poichè rappresenta un aspetto scandaloso e sconcertante della “intoccabile resistenza”. La ragione risiede, ovviamente, nei cinquant’anni del dopoguerra, quando la cultura è stata solo quella dell’antifascismo. In italia per cinquant’anni si è volutamente e vergognosamente taciuto su questi fatti. Si è taciuto sulle liste di proscrizione che i titini portarono con loro quando, nel 1943 e nel 1945, invasero trieste e la venezia giulia; si è taciuto sulle migliaia di persone che scomparirono da quei luoghi deportati nei campi di concentramento di Borovnica, Maribor, Aidussina ed altre località della allora Jugoslavia. In mezzo secolo pochi coraggiosi hanno osato andare controcorrente cercando documenti, testimonianze e prove di quello sterminio dimenticato. I sopravvissuti ed i parenti delle vittime aspettano ancora giustizia.

    Ma quante furono le vittime delle foibe? nessuno lo saprà mai! Di certo non lo sanno neanche gli esecutori delle stragi. Questi non hanno parlato e non parlano. D’altra parte è, pensabile che in quel clima di furore omicida e di caos ben poco ci si curasse di tenere contabilità delle esecuzioni. Sulla base di vari elementi ( escludendo Basovizza dopo ne parleremo ) si calcola che gli infoibati furono alcune migliaia. Più precisamente, secondo lo studioso triestino Raoul Pupo, “il numero degli infoibati può essere calcolato tra i 4 mila e i 5 mila, prendendo come attendibili i libri del sindaco Gianni Bartoli e i dati degli anglo-americani”. Alle vittime vanno aggiunti i deportati, anche questi a migliaia nei lagher jugoslavi, dai quali una gran parte non conobbero ritorno. Complessivamente le vittime di quegli anni tragici, soppresse in vario modo da mano slavo-comunista, vengono indicati in 10 mila anche più. Belgrado non ha mai fatto o contestato cifre. Lo stesso Tito però ammise la grande mattanza. In alto abbiamo accennato a Basovizza, ma cos’è? Occorre precisare che questa tristemente famosa voragine non è una Foiba naturale, ma il pozzo di una miniera scavato all’inizio del secolo fino alla profondità di 256 metri, nella speranza di trovarvi il carbone. La speranza andò delusa e l’impresa venne abbandonata. nessuno allora si curò di coprire l’imboccatura e così, nel 1945, il pozzo si trasformò in un grande, orrida tomba. Anche qui i deportati venivano prima catturati poi fatti salire in autocarri della morte questi, con le mani straziate dal filo spinato venivano sospinti a gruppi verso l’orlo dell’abisso. Una scarica di mitra ai primi faceva precipitare tutti nel baratro. Sul fondo chi non trovava morte istantanea dopo un volo di 200 metri, continuava ad agonizzare tra gli spasmi delle ferite e le lacerazione riportate nella caduta tra gli spuntoni di roccia. La maggior parte delle vittime venivano prima spogliate e seviziate. Per quanto riguarda specificamente le persone fatte precipitare nella foiba di Basovizza, è stato fatto un calcolo inusuale e impressionante. Tenendo presente la profondità del pozzo prima e dopo la strage, fu rilevata la differenza di una trentina di metri. lo spazio volumetrico – indicato sulla stele al sacrano di Basovizza in 300 metri cubi – conterebbe le salme degli infoibati: oltre duemila vittime! una cifra agghiacciante.

    Nel carcere di Fiume il 9 ottobre 1945 Stefano Petris scrisse il suo testamento sui fogli bianchi della “Imitazione di Cristo”:

    Non piangere per me. Non mi sono mai sentito così forte come in questa notte di attesa, che è l’ultima della mia vita. Tu sai che io muoio per l’ Italia. Siamo migliaia di italiani, gettati nelle Foibe, trucidati e massacrati, deportati in Croazia falciati giornalmente dall’odio, dalla fame, dalle malattie, sgozzati iniquamente. Aprano gli occhi gli italiani e puntino i loro sguardi verso questa martoriata terra Istriana che è e sarà Italiana. Se il tricolore d’ Italia tornerà, come spero, a sventolare anche sulla mia Cherso, bacialo per me, assieme ai miei figli. Domani mi uccideranno. Non uccideranno il mio spirito, nè la mia fede. Andrò alla morte serenamente e come il mio ultimo pensiero sarà rivolto a Dio che mi accoglierà e a voi, che lascio, così il mio grido, fortissimo, più forte delle raffiche dei mitra, sarà: viva l’ Italia!” .
    ( tratto da “il rumore del silenzio” -Dicembre 97 comitato tutta un’altra storia e movimento per l’identità nazionale)

    Quest’uomo, Josip Broz ( kumrovec, Croazia 1892 – Lubiana 1980 ) meglio conosciuto col soprannome di Maresciallo Tito, è il responsabile principale del genocidio di milioni di persone! Eppure, oggi, viene ricordato come un patriota, come una persona da imitare. Nel 1980, ai suoi funerali, oltre alle autorità italiane, c’erano le più alte cariche dei paesi di mezzo mondo. Quest’uomo, dopo essersi macchiato di orrendi crimini, è stato inumato con tutti gli onori possibili spettanti ad un capo di stato. Purtroppo non viene ricordato per quello che è stato in realtà: un criminale di guerra!
    I FATTI

    Dal 3 maggio 1945, per tre giorni e tre notti, le truppe del maresciallo Tito, avide di sangue, si scatenarono, con inaudita violenza, contro coloro che, da sempre, avevano dimostrato sentimenti di italianità. A campo di marte, a Cosala, a Tersatto, lungo le banchine del porto, in piazza Oberdan, in viale Italia, i cadaveri s’ammucchiarono e non ebbero sepoltura. Nelle carceri cittadine e negli stanzoni della vecchia questura, nelle scuole di piazza Cambieri, centinaia di imprigionati attendevano di conoscere la propria sorte, senza che nessuno si preoccupasse di coprire le urla degli interrogati negli uffici di Polizia, adibiti a camere di tortura. Altre centinaia di uomini e donne, d’ogni ceto e d’ogni età, svanirono semplicemente nel nulla. Per sempre. Furono i “desaparecidos”. Gli avversari da mettere subito a tacere vengono individuati negli autonomisti, cioè coloro che sognano uno stato libero; ai furibondi attacchi di stampa condotti dalla “voce del Popolo” si accompagnò una dura persecuzione, che già nella notte fra il 3 e il 4 maggio portò all’uccisione di Matteo Biasich e Giuseppe Sincich, personaggi di primo piano del vecchio movimento zanelliano, già membri della costituente fiumana del 1921. Assieme agli autonomisti, negli stessi giorni e poi ancora nei mesi che verranno, trovarono la morte a fiume anche alcuni esponenti del CLN ed altri membri della resistenza italiana, fra cui il noto antifascista Angelo Adam, mazziniano, reduce dal confino di Ventolene e dal lager nazista di Dachau secondo una linea di condotta che trova riscontro anche a Trieste ed a Gorizia, dove a venir presi di mira dalla Polizia politica jugoslava, sono in particolare gli uomini del Comitato di liberazione nazionale. La scelta appare del tutto conseguente, dal momento che sul piano politico il CLN è un’organizzazione direttamente concorrenziale rispetto a quelle ufficiali, delle quali è ben in grado di contestare l’esclusiva rappresentatività degli antifascisti. Pertanto, per i titini, appare come l’avversario più pericoloso, sia perchè potenzialmente in grado di diventare il punto di riferimento della popolazione di sentimenti italiani, sia in quanto l’eventuale accoglimento delle sue pretese di riconoscimento, quale legittima espressione della resistenza italiana, farebbe cadere uno dei pilastri principali su cui regge l’edificio dei poteri popolari. Ma la furia si scatenò con ferocia nei confronti degli esponenti dell’italianità cittadina. Furono subito uccisi i due senatori di Fiume, Riccardo Gigante e Icillo Bacci, e centinaia di uomini e donne, di ogni ceto e di ogni età, morirono semplicemente per il solo fatto di essere italiani. Oltre cinquecento fiumani furono impiccati, fucilati, strangolati, affogati. Altri incarcerati. Dei deportati non si seppe più nulla. Cercarono subito gli ex legionari dannunziani, gli irredentisti della prima guerra mondiale, i mutilati, gli ufficiali, i decorati e gli ex combattenti. Adolfo Landriani era il custode del giardino di piazza verdi non era Fiumano, ma era venuto a Fiume con gli arditi e per la sua statura tutti lo chiamavano “maresciallino”. Lo chiusero in una cella e gli saltarono addosso in quattro o cinque, imponendogli di gridare con loro “viva la jugoslavia!”. Lui, pur così piccolo si drizzò sulla punta dei piedi, sollevò la testa in quel mucchio di belve, e urlò con tutto il fiato che aveva in corpo: ” VIVA L’ITALIA”. Lo sollevarono, come un bambolotto di pezza, poi lo sbatterono contro il soffitto, più volte, con selvaggia violenza e lui ogni volta: ” VIVA L’ITALIA! VIVA L’ITALIA!” sempre più fioco, sempre più spento, finchè il grido non divenne un bisbiglio, finchè la bocca piena di sangue non gli si chiuse per sempre. Qualcuno morì più semplicemente. per aver ammainato in piazza Dante la bandiera Jugoslava. Il 16 ottobre del 1945, un ragazzo Giuseppe Librio, diede tutti i suoi diciott’anni, pur di togliere il simbolo di una conquista dolorosa. Lo trovarono il giorno dopo, tra le rovine del molo Stocco, ucciso con diversi colpi di pistola.

    ” A nessuno di questi eroi, semplici e sconosciuti, l’italia concederà una medaglia alla memoria”
    Roberto Goglia

  18. 18 On gennaio 2nd, 2011, RISIERA DI SAN SABBA A TRIESTE said:

    La Risiera di San Sabba a Trieste:

    una pagina di storia che è necessario approfondire, serenamente, con documenti, testimonianze e ricerche. Sulla Risiera sono state proposte delle interpretazioni che, a dir poco, alterano la lettura obiettiva che emerge da dati, scritti, documenti, che da diversi decenni sono a disposizione di storici e ricercatori. Prima fra tutte la vulgata che la struttura sia stata adibita, dai tedeschi, a campo di sterminio di oppositori, quali che fossero.

    I dati emersi fin ora sono discordanti, troppo discordanti per essere veritieri. Per questo l’Autore li ha analizzati indipendentemente dalle fonti, per mettere in evidenza punti fermi e incontrovertibili.

    Il lavoro, certosino fino all’estremo, si basa su documenti inoppugnabili.

    Luigi Papo de Montona, di antica famiglia istriana è autore di oltre cento volumi.

    * * *
    LA RISIERA DI SAN SABBA DI TRIESTE

    di luigi papo de montona

    (ed. settimo sigillo 2009)

  19. 19 On febbraio 20th, 2011, Discendenti di Esuli Istrianii said:

    Riteniamo di fare cosa gradita inviando, in allegato, la nuova epigrafe in memoria di Norma Cossetto, inaugurata il 10 febbraio scorso, per iniziativa dell’Ateneo patavino, nel Palazzo del Rettorato. Norma, giovane studentessa della Facoltà di Lettere uccisa nella foiba di Villa Surani (Istria) dopo atroci sevizie nella notte del 5 ottobre 1943; alla Sua memoria l’Università di Padova concesse la laurea “honoris causa”, quale “combattente per la Libertà”, già dal maggio 1948, seguita dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi che, nel febbraio 2005, Le ha conferito la Medaglia d’Oro al Merito Civile.

    L’iniziativa si è inquadrata nell’ambito delle manifestazioni per il “Giorno del Ricordo” istituito tramite Legge 30 marzo 2004 n. 92, con particolare significato, perchè Norma è diventata un simbolo del martirologio istriano fiumano e dalmata, espresso, secondo le stime più accreditate, da 16.500 Vittime e da 350 mila Esuli, un quarto dei quali fuori d’Italia (gli altri furono “provvisoriamente” sistemati in 109 campi di raccolta, alcuni dei quali rimasero aperti sino alla fine degli anni sessanta).

    Ricordiamo che tra le Vittime, la maggioranza delle quali vennero uccise a guerra finita, si annoverano alcune centinaia di Sacerdoti e Uomini di fede come Don Francesco Bonifacio e Don Angelo Tarticchio.

    PER RICORDARE GLI ITALIANI E LE ITALIANE

    VITTIME DI INUMANA FEROCIA IN ISTRIA E DALMAZIA

    NEGLI ANNI EROICI E TRAGICI DELLA GUERRA DI LIBERAZIONE

    E DELLE PULIZIE ETNICHE,

    COLPEVOLI SOLO DI AVER DIFESO

    E PAGATO CON LA MORTE O L’ESILIO

    L’ITALIANITA’ DELLA TERRA NATIA.

    L’UNIVERSITA’ DI PADOVA

    DEDICA A LORO E CON LORO

    A NORMA COSSETTO

    STUDENTESSA DELL’ATENEO

    MEDAGLIA D’ORO AL MERITO CIVILE

    AD ONORE DEL LORO SACRIFICIO

    PER LA PATRIA E PER LA LIBERTA’

    10 FEBBRAIO 2011

    UNIVERSA UNIVERSIS PATAVINA LIBERTAS

  20. 20 On marzo 6th, 2011, Patriota said:

    ITALO GABRIELLI
    Pensiero e azione di un patriota istriano

    Il riconoscimento che l’Unione degli Istriani ha voluto conferire al prof. Italo Gabrielli, il suo straordinario Presidente del duro quinquennio 1976-1981 e della lunga battaglia contro la stipula e la ratifica del trattato di Osimo, è stato un atto dovuto ma nello stesso tempo, un forte memento per tutti coloro che, oggi più che mai, continuano a perseguire obiettivi contingenti all’insegna dell’opportunismo, facendo strame dei valori di una civiltà degna di questo nome, a cominciare dalla fede e dalla speranza.

    Nella storia istriana e giuliana dell’ultimo mezzo secolo Gabrielli ha svolto un ruolo di grande importanza etica ancor prima che politica. Senza di lui e senza il suo impegno convinto, forte e tenace, gli “osimanti” avrebbero trovato ostacoli meno significativi nel loro disegno scellerato: alla fine la Zona “B” è stata perduta, col sacrificio di Buie, Cittanova, Isola, Pirano ed Umago, ma se non altro, il disegno di creare una Zona franca industriale a cavallo del Carso, in territorio italiano e jugoslavo, che avrebbe ulteriormen
    te pregiudicato l’avvenire di Trieste, venne scongiurato. Lo stesso dicasi per altre ipotesi d’intervento a tutto carico dell’Italia, come la realizzazione di una faraonica idrovia che avrebbe dovuto unire l’Adriatico al bacino del Danubio, scavalcando elevate altitudini, con quali costi è facile immaginare.

    Gabrielli, nell’allocuzione che ha pronunciato il 28 febbraio davanti ad un pubblico attento, consapevole e spesso commosso, ha ricordato le tappe essenziali del suo percorso patriottico, a partire dall’impegno in armi del 1941, e non ha mancato di mettere in luce quanto fossero state importanti le connivenze di cui gli “osimanti” ebbero a fruire “in alto loco”: addirittura, anche quella del Presidente della Repubblica Giovanni Leone, il quale si permise di assicurare a Lino Sardos Albertini, andato con una delegazione triestina a rappresentare l’inopportunità della ratifica, che non avrebbe mai sottoscritto la legge, mentre l’aveva già controfirmata poche ore prima. Erano tempi duri, in cui si rischiava anche di persona, perché l’imperativo, nell’epoca della “solidarietà nazionale” e della “non sfiducia”, era quello di sopire e quando necessario, di mettere il mordacchio alle sacrosante proteste degli esuli e di tutti i veri italiani; ma Gabrielli, assieme a tanti altri patrioti, non era certo uomo da tirarsi indietro, ed ebbe modo di dimostrarlo tangibilmente.

    Vale la pena di ricordare come la “Lista per Trieste”, sorta quale spontanea reazione alla nequizia di Osimo, avesse raccolto 65 mila firme per sottolineare il carattere popolare di un’opposizione che ebbe carattere interclassista ed interpartitico, ma sempre all’insegna di un beninteso patriottismo. Del resto, il clamoroso successo elettorale della “Lista” ed i forti ridimensionamenti delle forze politiche governative e della stessa sinistra, avrebbero dimostrato, ben oltre talune approssimative interpretazioni autonomistiche, che l’anima della città di San Giusto era sempre quella del 3 novembre 1918, quando accolse i primi bersaglieri.

    Pensando alle occasioni perdute anche in tempi successivi, ed in modo particolare all’atto di dissoluzione della Repubblica federativa, Gabrielli, che nel frattempo aveva fondato il Gruppo “Memorandum 88” in cui convennero le forze migliori del movimento giuliano e dalmata, ha tracciato un bilancio della propria esperienza parlando con sofferto rammarico di ripetute “sconfitte”: ecco una triste realtà “effettuale” in cui è facile riconoscersi sul piano delle vicende storiche, ma non certo su quello dei valori morali e delle “alte non scritte ed inconcusse leggi” che finiscono per prevalere sul diritto positivo, almeno nel cuore degli uomini liberi.

    In questa ottica, Gabrielli, e coloro che hanno combattuto al suo fianco, non possono ritenersi oggettivamente “perdenti”: al contrario, escono da una lunga e complessa esperienza come veri vincitori sul piano dell’ethos, diversamente da tutti coloro che affossarono le “speranze d’Italia” nel 1947 a Parigi, nel 1975 ad Osimo, e più tardi, quando riconobbero senza contropartite l’indipendenza delle nuove Repubbliche di Croazia e Slovenia; o peggio, quando rinnegarono le scelte per cui si erano immolati i Martiri triestini del 1945 e quelli del 1953.

    La bandiera dell’Istria presente sulla targa che è stata consegnata ad Italo Gabrielli per lodevole iniziativa dell’Unione e della sua attuale Presidenza, è simbolo di quei valori di fede e di speranza cui si faceva riferimento, tanto più saldi in un Uomo come lui, che non ha fatto mai mistero di un convinto impegno cattolico, e tanto più esemplari in chi abbia perduto, assieme alla sua terra, importanti beni materiali, ceduti per cifre unitarie non lontane dal controvalore di un piatto di lenticchie. Nello stesso tempo, quel vessillo, con la sua capretta, è simbolo di una paziente attesa: il “grido dell’Istria” dei terribili anni quaranta non può e non deve essere echeggiato invano.

    Gabrielli si è battuto con coraggio anche per le questioni riguardanti l’indennizzo e laddove possibile, la restituzione dei suddetti beni, anzitutto per un’esigenza di giustizia, essendo iniquo che gli esuli abbiano dovuto pagare doppiamente: dapprima perché costretti a lasciare i propri focolari ed ancor più dolorosamente le tombe avite, e poi per essersi dovuti fare carico, loro malgrado, di una parte molto significativa dei debiti di guerra. Ciò, ben s’intende, senza pregiudizio veruno per i valori essenziali: del resto, come fu detto, chi ha cura del poco, a più forte ragione avrà cura del molto.

    Con Osimo, ancor prima che una vergogna, come talvolta si sente ripetere, fu commesso un reato imprescrittibile, quello di alto tradimento: all’epoca, avrebbe potuto e dovuto essere punito con la pena dell’ergastolo, che solo parecchi anni più tardi, grazie ad una sorprendente maggioranza “trasversale”, sarebbe stata ampiamente ridotta, assieme a quella per il reato di oltraggio alla bandiera, declassato a semplice illecito amministrativo. Ebbene, ad Italo Gabrielli si deve dare atto della coerenza con cui si è sempre battuto nel campo dell’onore, contro Osimo ed i suoi corifei, ma più generalmente, per obiettivi di giustizia, onde fossero riconosciuti i gravissimi torti subiti dagli esuli, spesso fino al delitto, e con essi, la verità storica,

    L’impegno di Gabrielli è tanto più commendevole perché trascende i limiti della bassa politica e persegue valori universali, con l’obiettivo, intanto, di non disperdere l’esempio dei Martiri: da quelli del primo irredentismo, simboleggiati nei grandi Nomi di Guglielmo Oberdan e di Nazario Sauro, a quelli di una tragedia epocale che si tradusse nelle foibe o nella strage di Vergarolla, a guerra abbondantemente finita. Non va trascurato, peraltro, uno scopo di maggiore impatto che Gabrielli, con incontestabile e precipuo merito, ha inteso perseguire contestualmente: promuovere un’informazione “formativa” a tutto campo per cui la grande massa degli ignari possa finalmente apprendere e comprendere, ed i migliori raccolgano il testimone apprestandosi, sull’esempio del Professore, a muovere con rinnovata lena verso “egregie cose”. c.m.

  21. 21 On aprile 14th, 2011, Italiani said:

    di MILA MIHAJLOVIC
    Presso la Camera dei Deputati è stato presentato al pubblico un libro, stampato e pubblicato più di 60 anni fa, “Il trattamento degli Italiani da parte Jugoslava dopo l’8 settembre 1943”.
    Un evento per nulla eccezionale se non si trattasse di un documento ufficiale del Governo italiano portato alla conferenza di pace di Parigi del 1947 come denuncia e prova inconfutabile di un enorme crimine perpetrato dalle truppe del maresciallo Tito nei confronti degli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia.
    Un crimine conosciuto dalla terminologia contemporanea come “pulizia etnica” con la “sparizione” di svariate migliaia di civili italiani e l’esodo verso l’Italia di 350.000 italiani, fin allora secolari abitanti di quei territori. Vincitori, vinti e congiura del silenzio L’Italia non li ha accolti con affetto. Era in corso l’antagonismo tra vincitori e vinti. Spadroneggiavano i tribunali del popolo, esplodeva la guerra civile e non meraviglia che al treno che trasportava i prostrati esuli viene vietato di fermarsi alla stazione di Bologna. È passato, in piena corsa, tra i binari pieni di gente stupefatta, raccoltasi spontaneamente portando loro cibo e acqua. I dettagli ricordano in un modo sinistro l’estate del 1995 con le frontiere serbe con la Croazia chiuse. Su quelle frontiere affluirono in massa civili serbi scampati alle bombe di croati. Erano più di 200.000. Ricordo bene quell’estate torrida e quella gente che per giorni aspettava di entrare in Serbia, seduta in mezzo ai campi di granturco maturo, davanti alla frontiera serba chiusa. Alla fine, gli italiani sono riusciti ad avere la soddisfazione della verità. Hanno proclamato anche la festa appositamente dedicata. E lentamente, la verità è emersa. La spiegazione dei governanti su questo lunghissimo tacere è stata: non sapevamo. Nessuno sapeva! Ma i documenti ufficiali dicono chiaramente il contrario. Espliciti, proprio come questo libro, stampato e pubblicato con il benestare di Giulio Andreotti e con i fondi governativi. Si sapeva. Eccome. E non solo dei crimini perpetrati contro gli italiani. Militari italiani in Dalmazia – truppe d’occupazione o in missione umanitaria? Insieme alla testimonianza di Ajmone Finestra, già Sindaco di Latina e comandante delle truppe cetniche anticomuniste sui monti della Dalmazia, diretto partecipe dell’accaduto, il libro presenta un inaspettato quadro storico. Per la prima volta, viene sottolineato che la prima pulizia etnica d’Europa sia stata commessa 1941 nei confronti dei serbi di Croazia. Ajmone Finestra lo afferma e descrive l’arrivo dei militari italiani a Gracac, dove scoprono le fosse comuni di civili serbi. Prendono spontaneamente la difesa degli inermi e già la notte successiva si presentano in armi davanti alla caserma degli ustascia per liberare gli ostaggi. Finestra testimonia sui feroci combattimenti insieme ai cetnici contro i comunisti. Egli è anche testimone di un’altra terribile verità: dopo il ’43, i civili italiani furono esposti alla furia selvaggia non solo dei Titini, ma anche degli ustascia. Sul territorio italiano, agli ustascia era proibito portare le armi. Un ulteriore sgarbo per loro, che odiavano gli italiani a prescindere, considerandoli usurpatori della loro Dalmazia, tutta e soltanto croata. Dalla loro Dalmazia, infatti, gli italiani portavano in salvo serbi ed ebrei. Soprattutto, nel libro ci sono le foto. Molte documentano le vittime italiane dei campi di concentramento Titini e quelle spinte nelle foibe. Le ultime 10 atroci fotografie testimoniano delle vittime serbe, dei bambini semisgozzati che militari italiani sottrassero alle grinfie ustascia, tirati su dalle foibe carsiche. Spiccano per loro inestimabile valore storico le 5 foto, rarissime prove materiali sull’esistenza del campo di concentramento sull’isola di Pago ove, in soli 132 giorni prima dell’arrivo dei militari italiani, gli ustascia uccisero oltre 42.000 serbi ed ebrei. Gli italiani ordinarono la chiusura di quel campo nel momento stesso della presa del potere. E non solo. A loro va anche il merito di averlo documentato. Senza tali prove materiali, la congiura del silenzio che fino ai giorni nostri ha coperto l’inaudito crimine, lo avrebbe per sempre condannato all’oblio. Ci sono poi quelle che documentano i crimini dei Titini contro intere famiglie serbe, colpevoli di non essere comuniste. Si vedono massacrati nelle proprie case, giacciono per terra nella cucina; perfino un bambino di circa 7-8 anni ucciso nel suo lettino… Finestra afferma che nel 1941 partì l’attacco all’identità nazionale, prima dei serbi e poi degli italiani. “Abbiamo combattuto fino alla fine. E ne abbiamo pagato il prezzo…” – dice Finestra e a gran voce pretende la verità storica, la memoria storica. Verità si deve a tutti. Perché tacere ancora?

  22. 22 On giugno 6th, 2011, C.M. said:

    MARCO PIRINA – Questa recensione, che è un “reprint” del 2009, intende costituire un omaggio alla memoria di Marco Pirina, prematuramente scomparso il 30 maggio 2011. La sua figura di storico e di patriota è ben conosciuta nel mondo della ricerca e nella documentazione degli eccidi di cui il popolo giuliano, istriano e dalmata fu vittima incolpevole. Se oggi si può parlare a ragion veduta di un vero e proprio genocidio a danno di questo popolo, lo si deve anche a Pirina ed alla sua fede nel trionfo della verità e della giustizia.

    Registro delle Vittime del confine orientale
    di Marco Pirina, Edizioni Silentes Loquimur, Pordenone 2009, pagg.320.

    Negli ultimi tempi, la ricerca sul genocidio perpetrato a danno degli italiani di Venezia Giulia r Dalmazia nel corso degli anni quaranta, spesso a guerra finita, si è arricchita di molti contributi, ampliando conoscenze ormai esaurienti su questa triste materia, ma illustrando in modo più sistematico, una tragedia di proporzioni straordinarie, se non altro per la dimensione dell’Esodo, che coinvolse 350 mila persone costrette ad abbandonare affetti, case e memorie, e per l’alto numero delle Vittime, oltre tutto incolpevoli.

    Questo volume di Marco Pirina, che dal 1988 presiede il Centro Studi “Silentes Loquimur” dedicato a dare voce postuma a quanti vennero fatti scomparire nella massiccia pulizia etnica voluta dal regime di Belgrado, ed ammessa senza mezzi termini dai maggiori luogotenenti del Maresciallo Tito, quali Milovan Gilas e Edvard Kardelj, costituisce un ulteriore avanzamento nel programma di documentazione. Si tratta del primo volume di una serie, in cui trova posto l’elenco alfabetico delle Vittime, corredato da informazioni analitiche su ciascun Caduto, da un supporto fotografico spesso allucinante, e da parecchi stralci di estremo interesse, rivenienti da testimonianze, interviste, stampa d’epoca, e persino da sentenze della cosiddetta giustizia popolare jugoslava.

    Non sarà mai possibile stabilire con assoluta precisione il numero delle Vittime, buona parte delle quali giacciono nell’abisso delle foibe o nelle profondità dell’Adriatico, ma non è questo il punto pur essendo fondamentale rammentare che la cifra degli scomparsi si colloca nell’ordine delle decine di migliaia. E’ utile, invece, sottolineare come molte uccisioni fossero precedute da angherie e torture di ogni genere, quasi a porre in evidenza un tragico ritorno all’epoca teorizzata da Giambattista Vico, in cui gli uomini erano “bestioni tutta ferocia”. Ed è altrettanto congruo ribadire che alla pulizia etnica venne ad aggiungersi l’odio di classe, destinato a colpire in modo indiscriminato soprattutto la piccola e media borghesia italiana, anche quando non aveva avuto incarichi di rilievo nella gestione amministrativa di Istria e Dalmazia.

    La maggior parte delle Vittime scomparve senza alcuna copertura formale di carattere giudiziario, ma in qualche caso sporadico, opportunamente documentato nel volume, esistono sentenze che equivalgono ai pronunciamenti a priori di cui si sarebbe fatto largo uso, negli anni successivi, in tutte le “democrazie popolari”. Si condannava a morte “per attività contraria agli interessi della Jugoslavia”, o come accadde nel processo di Cherso del 10 ottobre 1943 a carico di Emilio Antonini, Antonio Baici, Giuseppe Bravuzzo e Ottone Zadro, in quanto costoro erano “nemici del popolo”, solo perché avevano compiuto il proprio dovere, rispettivamente nell’amministrazione agricola, nella riscossione delle imposte, nelle attività culturali e nella direzione della Cassa Rurale. Ecco una sentenza emblematica, pronunziata dopo un dibattito lampo ed immediatamente eseguita, a prescindere dal fatto che gli “imputati” avessero ammesso di essere “colpevoli” o meno.

    Vale la pena di chiarire, quale esempio significativo, come l’accusa a Zadro fosse quella di avere concesso interessi “ad usura” alla popolazione slava, cosa oggettivamente infondata proprio per l’incarico di dirigente bancario che gli era affidato: a meno che non si voglia sostenere che il tasso praticato dall’Istituto a chiunque, italiano o slavo che fosse, avesse comunque carattere usuraio, in quanto avulso dalla logica dell’economia marxista.

    E’ una lettura atta a richiamare alla memoria l’antica fiaba dell’agnello e del lupo, che prima di sbranare la vittima sacrificale sentiva il dovere di motivare la sua decisione col fatto che l’agnello avrebbe sporcato l’acqua a cui il lupo si abbeverava: cosa impossibile, perché “superior stabat lupus, inferior agnus”.

    Nelle terre giuliane e dalmate, è accaduto proprio questo: il nuovo padrone aveva licenza di uccidere, tanto che, come narrano le cronache, vi furono diversi casi di delitti maturati per vendette personali, lontane da qualsiasi pur aberrante correlazione politica. A ben vedere, non si può invocare a machiavellica giustificazione di quanto accadde, nemmeno l’antica legge secondo la quale chi vince ha sempre ragione: l’Italia aveva perduto, ma la Jugoslavia non aveva vinto, a differenza degli Alleati. Infatti il Maresciallo Tito era soltanto un capo banda, nemico degli stessi cetnici di Mihajlovich, ed a più forte ragione della Monarchia in esilio a Londra, anche se verso la fine del conflitto era stato talmente abile da farsi riconoscere da Churchill come unico partner ufficiale jugoslavo, e da porre le basi utili per sedersi al tavolo della pace dalla parte dei vincitori: un ottimo giuoco di prestigio.

    L’opera di Marco Pirina deve essere raccomandata soprattutto agli ignari, ma coloro che sanno vi trovano ugualmente diversi spunti di interesse.

    Bene ha fatto l’Autore a suggellare il volume con il ricordo dei caduti di trieste del 1953, rei di avere dimostrato per il ritorno della città di San Giusto alla madrepatria italiana, e falciati senza pietà dalla polizia inglese d’occupazione: anche loro, a ben vedere, si immolarono a fronte di una protervia non dissimile da quella dei “drusi”, ed anzi, per qualche aspetto, quasi più grave, visto il tempo che era passato dalla fine della guerra.

    Lo stesso dicasi circa la Preghiera per le Vittime delle foibe, composta a suo tempo dal Vescovo Antonio Santin, che a Capodistria aveva dovuto subire l’oltraggio e le percosse dei nuovi padroni, ma che si distinse per avere coniugato il suo nobile patriottismo con l’auspicio di una società più giusta, in cui l’auspicio della vera pace non fosse un “nome vano senza soggetto”.

  23. 23 On giugno 22nd, 2011, Vergarolla said:

    18 agosto 1946 – 18 agosto 2011
    Stele in memoria dei Caduti di Vergarolla
    Nel LXV anniversario dell’eccidio di Vergarolla, la Federazione Grigioverde di Trieste e la Famiglia di Pola in Esilio ricorderanno i Caduti con la scoperta di una stele in pietra del Carso “ad memoriam” che riporta i Nomi delle 64 Vittime identificate.
    Il Cippo trova collocazione sul Colle di San Giusto, in sito contiguo all’opera marmorea in onore degli Irredenti Giuliani e Dalmati insigniti di Medaglia d’Oro al Valor Militare, a lato del grande Monumento ai Caduti per la Redenzione di Trieste.
    La cerimonia, a cui interverranno i familiari dei Martiri, avrà inizio alle ore 18.00, presente il Golfalone della Città decorato di Medaglia d’Oro. Momenti essenziali saranno la benedizione della Stele, l’allocuzione del Presidente, la lettura dei Nomi e le note del Silenzio.
    Generale Riccardo Basile
    Trieste, 21 giugno 2011

  24. 24 On agosto 3rd, 2011, Esuli silenziosi said:

    LA LETTERA
    Roma , li 7/2/1945
    Caro Presidente,
    Mi è stato detto che da parte del collega Gasparotto (ndr ministro Aeronautica e padre di Poldo ucciso a Fossoli nel ’44) sarebbe stata inviata al C.L.N.A.I. una comunicazione, in cui si invita il C.L.N.A.I. a far sì che le nostre unità partigiane prendano sotto il loro controllo la Venezia Giulia, per impedire che in essa penetrino unità dell’esercito partigiano jugoslavo. Voglio sperare che la cosa non sia vera. perché, prima di tutto, una direttiva di questo genere non potrebbe essere senza consultazione del Consiglio dei Ministri.
    Circa il fondo del problema, è a prima vista evidente che una direttiva come quella che sarebbe contenuta nella comunicazione di Gasparotto è non solo politicamente sbagliata, ma grave, per il nostro paese, dei più seri pericoli. Tutti sanno, infatti, che nella Venezia Giulia operano oggi le unità partigiane dell’esercito di Tito, e vi operano con l’appoggio unanime della popolazione slovena e croata. Esse operano, s’intende, contro i tedeschi e i fascisti. La direttiva che sarebbe stata data da Gasparotto equivarrebbe quindi concretamente a dire al C.L.N.A.I. che esso deve scagliare le nostre unità partigiane contro quelle di Tito, per decidere con le armi a quale delle due forze armate deve rimanere il controllo della regione. Si tratterebbe, in sostanza, di iniziare una seconda volta la guerra contro la Jugoslavia !. Questa è la direttiva che si deve dare se si vuole che il nostro paese non solo sia escluso da ogni consultazione o trattativa circa le sue frontiere orientali, ma subisca nuove umiliazioni e nuovi disastri irreparabili.
    Quanto alla situazione interna, si tratta di una direttiva di guerra civile, perché è assurdo pensare che il nostro partito accetti di impegnarsi in una lotta contro le forze antifasciste e democratiche di Tito. In questo senso del resto la nostra organizzazione di Trieste ha avuto personalmente da me istruzioni precise e la maggioranza del popolo di Trieste, secondo le mie informazioni, segue oggi il nostro partito. Non solo noi non vogliamo nessun conflitto con le forze di Tito e con le popolazioni jugoslave, ma riteniamo che la sola direttiva da darsi è che le nostre unità partigiane e gli italiani di Trieste e della Venezia Giulia collaborino nel modo più stretto con le unità di Tito nella lotta contro i tedeschi e i fascisti.
    Solo se noi agiremo tutti in questo modo creeremo le condizioni in cui, dimenticato il passato, sarà possibile che le questioni della nostra frontiera siano affrontate con spirito di fraternità e collaborazione fra i due popoli e risolte senza offesa nel comune interesse.
    Voglio sperare che la informazione che mi è stata data non corrisponda a verità. Ad ogni modo credo sia bene ti abbia precisato qual è il proposito della nostra posizione, la sola, io ritengo, che rifletta i veri interessi della Nazione italiana. Soltanto a questa posizione corrisponderà l’azione del nostro partito nella Venezia Giulia e non a una direttiva come quella accennata, soprattutto poi se emanata senza nemmeno la indispensabile previa consultazione del Gabinetto.
    Cordialmente Togliatti
    A.S.E. Ivanoe Bonomi
    Presidente del Consiglio dei Ministri
    ______ Sede
    annotazione: inviata a Gasparatto (Luigi)**
    ARCHIVIO CENTRALE DELLO STATO, Presidenza Consiglio dei Ministri, 1948-50, serie 1.6.1., fasc. 25049/1A. Lettera di Palmiro Togliatti (Vice presidente del Consiglio) su carta intesta della vicepresidenza (copia di originale disponibile)
    (definizione dei profughi istriani*).
    “in Sicilia hanno il bandito Giuliano, noi qui abbiamo i banditi giuliani”
    Questi relitti repubblichini, che ingorgano la vita delle città e le offendono con la loro presenza e con l’ostentata opulenza, che non vogliono tornare ai paesi d’origine perché temono d’incontrarsi con le loro vittime, siano affidati alla Polizia che ha il compito di difenderci dai criminali. Nel novero di questi indesiderabili, debbono essere collocati coloro che sfuggono al giusto castigo della giustizia popolare jugoslava e che si presentano qui da noi, in veste di vittime, essi che furono carnefici. Non possiamo coprire col manto della solidarietà coloro che hanno vessato e torturato, coloro che con l’assassinio hanno scavato un solco profondo fra due popoli. Aiutare e proteggere costoro non significa essere solidali, bensì farci complici

    L’occupazione successiva della Venezia Giulia da parte degli Jugoslavi diede avvio alla stagione delle Foibe che Togliatti giustificò come “una giustizia sommaria fatta dagli stessi italiani contro i fascisti”

    “All’inizio della primavera (1944), la direzione per l’Alta Italia del PCI aveva designato il torinese Vincenzo Bianco “Vittorio” a rappresentarla presso il Comitato Centrale del PCS (sloveno). Bianco, che si trovava a Mosca, raggiunse la sua nuova destinazione con un aereo sovietico che in aprile lo paracadutò in Slovenia, assieme ad altri agenti. Presso il massimo organo comunista sloveno “Vittorio” rimase diverse settimane ed ebbe modo così di conoscere direttamente il punto di vista degli slavi sulle principali questioni allora sul tappeto.
    (Leopoldo (Poldo) Gasparotto viene arrestato, con alcuni compagni, in Piazza Castello a Milano l’11 dicembre 1943. Morirà a Fossoli di Carpi il 22 giugno 1944. Gasparotto, poco dopo mezzogiorno del 22 giugno, venne prelevato dalla baracca, dove si trovava, dal sottufficiale Haage, consegnato alla porta del campo a due militari delle SS, e fatto salire su un automobile, che lo portò via. Dopo mezz’ora i militari predetti si sarebbero presentati al Ten Thito, comandante del campo, dicendo: “L’ordine è stato eseguito.”).
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    *L’atteggiamento del PCI nei confronti dei profughi giuliani, fu conseguente, e ogni profugo venne additato come fascista. Così l’Unità Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi. I “comitati d’accoglienza” organizzati dal partito contro i profughi all’arrivo in Patria furono numerosi. All’arrivo delle navi a Venezia e ad Ancona, gli esuli furono accolti con insulti, fischi e sputi e a tutti furono prese le impronte digitali. A La Spezia, città dove fu allestito un campo profughi, un dirigente della Camera del lavoro genovese durante la campagna elettorale dell’aprile 1948 arrivò ad affermare “in Sicilia hanno il bandito Giuliano, noi qui abbiamo i banditi giuliani”. A Bologna i ferrovieri, per impedire che un treno carico di profughi provenienti da Ancona potesse sostare in stazione, minacciarono uno sciopero. Il treno non si fermò e a quel convoglio, carico di umanità dolente, fu rifiutata persino la possibilità di ristorarsi al banchetto organizzato dalla (Poa) Pontificia Opera Assistenza. I profughi non crearono mai, in nessun luogo dove trovarono rifugio, problemi di criminalità.
    ** GASPAROTTO Luigi – Sacile (Pn), 31.5.1873 – Roccolo di Cantello (Va), 29.6.1954
    Luigi Gasparotto, avvocato di origine friulana, membro della Società democratica lombarda dal 1897, fu eletto deputato nel 1913 nelle liste del Partito radicale nel collegio di Milano. Partecipa come ufficiale di fanteria alla prima guerra mondiale, guadagnandosi tre medaglie d’argento al valore. Viene rieletto deputato nel 1919 e poi nel 1921 e ricopre la carica di Ministro della Guerra nel primo governo Bonomi (lug. 1921 – feb. 1922). Alle elezioni del 1924 si candida, con altre personalità liberali, nel listone fascista. Dopo il delitto Matteotti passa all’opposizione costituzionale senza però partecipare all’Aventino. Il 9 novembre 1926 con altri undici deputati vota contro le leggi eccezionali fasciste. Durante gli anni della dittatura vive in esilio e riprende l’attività politica alla vigilia della caduta del fascismo. Fuoruscito in Svizzera vi svolse un’intensa attività di solidarietà soprattutto dopo la fucilazione del figlio Poldo, comandante partigiano. È Ministro dell’Aeronautica nel secondo governo Bonomi (dic. 1944 – giu. 1945) ed in seguito Ministro dell’Assistenza post-bellica e poi della Difesa rispettivamente nel primo e terzo governo De Gasperi. Fa parte della Consulta Nazionale su designazione del Partito Democratico del Lavoro e nelle liste dello stesso partito viene eletto all’Assemblea Costituente, è poi nominato senatore di diritto nel primo Parlamento repubblicano. Dal 1946 al 1953, anno della morte, fu presidente dell’Ente Fiera di Milano. Gasparotto fu anche scrittore di romanzi storici e autobiografici, fra i quali si segnala “Diario di un fante”, Milano, Treves, 1919, e “Diario di un deputato”, Milano, Dall’Oglio, 1945.

  25. 25 On agosto 20th, 2011, Sopravvissuti alla Strage said:

    STRAGE DI VERGAROLLA
    CUORE DEGLI ESULI
    65 anni dopo la strage di Vergarolla:
    una grande stele in memoria dei Caduti scoperta nella Zona Sacra di San Giusto

    Il 18 agosto 1946 a Vergarolla, nei pressi di Pola, fu perpetrato un delitto contro l’umanità: la più grande strage – non dovuta a cause naturali – mai compiuta in Italia (all’epoca, il capoluogo istriano apparteneva all’Italia che lo avrebbe ceduto alla Jugoslavia col trattato del successivo 10 febbraio).

    Si legge spesso, anche in internet, che il triste primato apparterrebbe alla bomba di Bologna del 2 agosto 1980, capace di uccidere 85 persone, ma si dimentica che a Vergarolla ci furono oltre cento Vittime (il numero esatto non è noto, perché molte furono letteralmente dilaniate dall’esplosione di dieci tonnellate di tritolo contenute in trenta mine, ma una testimonianza assai attendibile come quella di Padre Flaminio Rocchi lo ha definito in 109).

    La matrice terroristica dell’evento fu subito chiara, in specie per i cittadini di Pola, la cui scelta per l’Esodo venne consolidata dall’attentato, tanto che nel giro di pochi mesi coloro che lasciarono i propri focolari, le proprie attività e le tombe di famiglia, ovvero gli affetti più cari, furono pari al 92 per cento della popolazione. A conti fatti, restarono circa tremila persone: il 15 settembre 1947, data del passaggio di sovranità, Pola era una città deserta.

    Alcuni anni or sono, l’apertura degli Archivi del Foreign Office (l’amministrazione di Pola era in mano britannica) ha fugato gli ultimi dubbi, peraltro puramente formali, con tanto di nome e cognome degli attentatori, appartenenti all’OZNA, la polizia politica del regime jugoslavo.

    In questa ottica, la scopertura di una grande stele eretta in memoria delle Vittime nella Zona Sacra di San Giusto, che ha avuto luogo il 18 agosto, ricorrendo il sessantacinquesimo anniversario della strage, acquista un significato che non è soltanto simbolico. Infatti, il monumento intende affidare alla pietà ed alla preghiera dei posteri il ricordo delle Vittime innocenti, fra cui tante donne e tanti bambini (l’età media è stata calcolata in 26 anni), ma nello stesso tempo costituire un monito a percorrere universalmente “le vie della Giustizia e dell’Amore” secondo l’auspicio di Mons. Antonio Santin, l’eroico Vescovo di Trieste durante gli anni bui, ben ricordato nell’allocuzione che il Gen. Riccardo Basile, Presidente della Federazione Grigioverde e della Famiglia di Pola in Esilio, ha pronunciato nella circostanza, ricordando il fatto storico, le sue matrici, e soprattutto le conseguenze, tradottesi in un Esodo davvero plebiscitario.

    Sono intervenuti, assieme ai Congiunti delle Vittime, il Comune di Trieste, con il Gonfalone cittadino decorato di Medaglia d’Oro al Valor Militare, cui sono stati resi gli onori di prammatica; l’Amministrazione Provinciale, le Associazioni d’Arma presenti nella Grigioverde, l’Unione degli Istriani con le Famiglie aderenti (tutte con i propri Labari) e con grande solidarietà anche i Vessilli dell’Associazione Arditi d’Italia, della Decima Flottiglia Mas e dei Combattenti della RSI. Per questa tragedia si sono trovati tutti uniti sul Sacro Piazzale. Grande segnale di grandezza d’Animo.

    Particolarmente cospicua è stata la presenza dell’ANA, con la Sezione di Trieste ed il Gruppo di Grado e Fossalon in rappresentanza di tanti Esuli; tra gli altri anche il Parroco Don Edoardo Gasperini, testimone miracolosamente scampato alla strage di Vergarolla insieme a tutti i Suoi giovani.

    Prima della benedizione, impartita da Don Gherbaz, esule da Lussino, la signora Muiesan Gaspari, Esule da Pirano e figlia di un Martire delle foibe, ha dato lettura dei Nomi delle Vittime identificate, riportati sulla stele con l’indicazione delle rispettive età.

    In apertura, il Presidente Basile aveva letto il messaggio augurale fatto pervenire dal Vescovo Mons. Crepaldi, impossibilitato ad intervenire perché impegnato all’estero assieme al Santo Padre Benedetto XVI; e quello inviato dal Prof. Daniele Ria, Sindaco di Tuglie (Lecce), città che ha manifestato costanti attenzioni nei confronti del dramma istriano, fiumano e dalmata, non solo nella celebrazione del “Giorno del Ricordo”, tanto da avere inviato a Trieste in rappresentanza del Comune due giovani concittadine, Francesca Aloisi e Gloria Caputo, che hanno posato sul Monumento la corona votiva di rito.

    Assai toccante è stato il momento in cui il vessillo tricolore posto sul grande cippo in Pietra del Carso è stato rimosso da due Esuli eredi dei Caduti, seguito dalle note del Silenzio fuori ordinanza.

    Non è un caso che la stele sia stata collocata accanto a quella che ricorda i Volontari giuliani, istriani e dalmati decorati di Medaglia d’Oro al Valor Militare, tra cui coloro che, come Fabio Filzi e Nazario Sauro, lasciarono la vita sulle forche dell’Austria perché avevano un solo partito: l’Italia. Al pari dei 16.500 infoibati di cui alla ricerca di Luigi Papo, e dei 350 mila Esuli che testimoniarono con la diaspora in tutto il mondo l’adesione ai valori “della Giustizia e dell’Amore” invocati dal grande Presule in odore di santità.

  26. 26 On agosto 21st, 2011, BALKAN quattro Italiani uccisi said:

    BALKAN – VITTIME DIMENTICATE … VOLUTAMENTE
    QUATTRO ITALIANI UCCISI
    Il 12 luglio 1920 a Spalato vennero uccisi due marinai italiani, nel corso di manifestazioni incoraggiate dalla politica anti-italiana del Regno di Jugoslavia che aveva messo in atto una vera persecuzione nei confronti degli Italiani residenti entro i suoi confini.
    Il giorno seguente a Trieste in Piazza Unità la popolazione manifesta il proprio sdegno per il duplice omicidio; ma, sotto i volti del municipio il giovanissimo Giovanni Nini viene ucciso a coltellate da elementi della minoranza slovena.
    La manifestazione si sposta sotto le finestre del Balkan, sede del circolo culturale slavo. Dalle finestre dell’edificio vengono sparati alcuni colpi di arma da fuoco e lanciate bombe contro i manifestanti ferendo alcune persone ed uccidendo il tenente Giovanni Casciana che era là di servizio per la tutela dell’edificio.
    A questo punto la folla inferocita assale il Balkan (i cui occupanti si erano nel frattempo dati alla fuga) che viene dato alle fiamme.
    Risultato dell’episodio: quattro Italiani uccisi, molti feriti. Dall’altra parte un edificio bruciato, ma essun morto e nessun ferito.
    Eppure oggi incredibilmente, alla presenza dei Presidenti di Slovenia, Croazia ed Italia, si commemora ufficialmente l’incendio del Balkan come esempio di intolleranza etnica, ma nessuno sembra ricordarsi dei morti italiani.
    Se ne ricordano solamente alcune associazioni di profughi istriani e dalmati, ed alcune associazioni d’arma, tra cui la nostra, che il 13 luglio di quest’anno hanno reso gli onori alle Vittime di quei giorni 12 e 13 luglio del 1920.
    Da: L’ALPIN

  27. 27 On settembre 2nd, 2011, VERGAROLLA - MONUMENTO IN MEMORIA DEI CADUTI said:

    SESSANTACINQUE ANNI DOPO LA STRAGE DI VERGAROLLA
    una grande Stele in memoria dei Caduti scoperta a Trieste nella Zona Sacra di San Giusto

    Vergarolla è una piccola spiaggia del Golfo di Pola, a breve distanza dal centro cittadino, dove il 18 agosto 1946 fu perpetrato un delitto contro l’umanità: la più grande strage non dovuta a cause naturali che sia mai stata compiuta sul territorio italiano in tempo di pace (all’epoca, la guerra era finita da 16 mesi ed il capoluogo istriano apparteneva sempre all’Italia, che lo avrebbe ceduto alla Jugoslavia col trattato di pace, o meglio col “diktat” del successivo 10 febbraio).

    Si legge spesso che il triste primato apparterrebbe alla bomba esplosa alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980, capace di uccidere 85 persone, ma si dimentica che a Vergarolla ci furono oltre cento Vittime (il numero esatto non è noto, perché molte furono letteralmente disintegrate da dieci tonnellate di tritolo contenute in circa trenta mine di profondità accatastate sulla spiaggia, ma una testimonianza assai attendibile come quella di Padre Flaminio Rocchi lo ha definito in 109). Va precisato che tutti i Caduti furono Italiani, perché Pola era una città italiana.

    La matrice terroristica dell’evento fu subito chiara, in specie per gli abitanti di Pola, la cui scelta per l’Esodo venne tragicamente consolidata dall’attentato, tanto che nel giro di pochi mesi coloro che lasciarono i propri focolari, le proprie attività e le tombe di famiglia, ovvero gli affetti più cari, furono pari al 92 per cento della popolazione. A conti fatti, restarono appena tremila persone: il 15 settembre 1947, data del passaggio di sovranità, Pola era una città deserta.

    Alcuni anni or sono, l’apertura degli Archivi del Foreign Office (l’amministrazione di Pola era in mano britannica) ha chiarito definitivamente la vicenda anche sul piano formale, dando nome e cognome ad un gruppo di attentatori appartenenti all’OZNA, la polizia politica del regime jugoslavo. La guerra era un ricordo tuttora angoscioso, ma in quella bella domenica di agosto si voleva soltanto celebrare il sessantesimo anniversario della gloriosa Società “Pietas Julia” con una manifestazione sportiva d’interesse nazionale (Coppa Scarioni): le sorti del capoluogo istriano erano appese ad un filo, eppure la speranza era sempre in vita. Fu spenta in un baleno, nello schianto di un’esplosione terrificante.

    A proposito delle matrici dell’eccidio, si deve aggiungere (onde cancellare gli ultimi dubbi meramente strumentali e pervicacemente alimentati da qualche nostalgico del vecchio regime jugoslavo) che l’ultimo numero di “Istria Europa” riporta una nuova testimonianza del Direttore Lino Vivoda, ex Sindaco del Comune di Pola in Esilio, che a Vergarolla perse il fratellino Sergio di otto anni: secondo questa testimonianza, un responsabile dell’efferato delitto fu vinto dal rimorso per la barbarie compiuta e chiese perdono prima di suicidarsi. In merito, si deve soltanto dire che i delitti contro l’umanità danno luogo a reati eticamente imprescrittibili, la cui remissione può essere affidata alla sola, infinita pietà del “Dio che atterra e suscita”.

    La scopertura di una grande Stele eretta in memoria delle Vittime nella Zona Sacra di San Giusto, che ha avuto luogo il 18 agosto, ricorrendo il sessantacinquesimo anniversario della strage, acquista un significato che non è soltanto simbolico.

    Infatti, il monumento intende affidare al compianto ed alla preghiera dei posteri il ricordo delle Vittime innocenti, fra cui tante donne e tanti bambini (l’età media è stata calcolata in 26 anni), ma nello stesso tempo costituire un monito a percorrere universalmente “le vie della Giustizia e dell’Amore” secondo l’auspicio di Mons. Antonio Santin, l’eroico Vescovo di Trieste durante gli anni bui, ben ricordato nell’allocuzione che il Gen. Riccardo Basile, Presidente della Federazione Grigioverde e della Famiglia di Pola in Esilio, ha pronunciato nella circostanza, ricordando il fatto storico, le sue matrici, e soprattutto le conseguenze, tradottesi in un Esodo davvero plebiscitario.

    Sono intervenuti, assieme a diversi Congiunti delle Vittime, il Comune di Trieste in persona dell’Assessore Edera con il Gonfalone cittadino decorato di Medaglia d’Oro al Valor Militare, cui sono stati resi gli onori di prammatica; l’Amministrazione Provinciale con l’Assessore De Francesco, le Associazioni d’Arma presenti nella Grigioverde, il Libero Comune di Pola in Esilio col Vice Sindaco Sidari ed il Consigliere Vivoda, l’ADES e le Organizzazioni degli Istriani con il Presidente Lacota e le Famiglie aderenti (tutte con i propri Labari). Particolarmente cospicua è stata la presenza dell’ANA, con la Sezione di Trieste ed il Gruppo di Grado e Fossalon a cui appartiene, tra gli altri, il Parroco Don Edoardo Gasperini, testimone miracolosamente scampato alla strage di Vergarolla.

    Prima della benedizione, impartita da Don Gherbaz, Esule da Lussino, la signora Annamaria Muiesan Gaspari, Esule da Pirano e figlia di un Martire delle foibe, ha dato lettura dei Nomi delle Vittime identificate, riportati sulla Stele con l’indicazione delle rispettive età.

    In apertura, il Presidente Basile aveva letto vari messaggi, ed in primo luogo quello fatto pervenire dal Vescovo di Trieste, Mons. Crepaldi, impossibilitato ad intervenire perché impegnato all’estero assieme al Santo Padre Benedetto XVI, ma presente alla cerimonia con espressioni di solidale e sensibile partecipazione.

    Un forte applauso è stato riservato, poi, all’indirizzo di saluto inviato dal Prof. Daniele Ria, Sindaco di Tuglie (Lecce), città che ha manifestato costanti attenzioni nei confronti del dramma istriano, fiumano e dalmata – non solo nella celebrazione del “Giorno del Ricordo” – tanto da avere inviato a Trieste in rappresentanza del Comune due giovani concittadine, Francesca Aloisi e Gloria Caputo, che hanno posato sul Monumento la corona votiva di rito ed hanno consegnato alle Autorità presenti, come omaggio dell’artigianato salentino al capoluogo giuliano, un bassorilievo ligneo raffigurante Piazza dell’Unità. Con questo gesto, Tuglie ha confermato una sensibilità patriottica particolarmente sentita, manifestata, tra l’altro, nel Sacrario eretto in onore della Madonnina del Grappa quale ricordo perpetuo dei Caduti nella prima Guerra Mondiale, fra cui tanti tugliesi.

    Il Presidente Basile, tra i messaggi giunti, ha dato lettura anche di quello inviato da Wanda Muggia, che a Vergarolla perse il fratellino Vitaliano di 14 anni e sfuggì alla strage per circostanze fortuite. Oggi, Wanda vive a Lucca: non ha avuto cuore di partecipare alla cerimonia, come ha evidenziato nel suo indirizzo di saluto, perché non avrebbe retto alla commozione, ma ha voluto testimoniare una sentita e commossa presenza spirituale.

    Assai toccante è stato il momento in cui il vessillo tricolore posto sul grande Cippo in Pietra del Carso, dono della Cava Romana di Aurisina, è stato rimosso da due Esuli eredi dei Caduti (Elio Dinelli e Renata Succi Martin, che nella strage persero, rispettivamente, cinque e tre Congiunti); seguito subito dopo dalle struggenti note del Silenzio fuori ordinanza.

    Non è un caso che la Stele, opera di Marco Mosetti che vi ha collocato circa 1500 elementi bronzei, sia stata collocata accanto a quella che ricorda i Volontari giuliani, istriani e dalmati decorati di Medaglia d’Oro al Valor Militare, tra cui coloro che, come Fabio Filzi e Nazario Sauro, lasciarono la vita sulle forche dell’Austria perché avevano un solo partito: l’Italia. Al pari dei 16.500 infoibati di cui alla ricerca di Luigi Papo e dei 350 mila Esuli che testimoniarono con la diaspora in tutto il mondo l’adesione ai valori “della Giustizia e dell’Amore” invocati da Mons. Antonio Santin, il grande Presule in odore di santità.

    L.B.
    Esule da Pola

  28. 28 On ottobre 31st, 2011, da: Poesie di Lina Galli said:

    Ci consumiamo

    La mia generazione si consuma,
    vivo la fine di una gente,
    Le memorie si assotigliano
    le parole si fanno incerte
    i nomi si dimenticano.
    Siamo secchi ruscelli dispersi.
    Inghiottiti i giovani dalle città estranee
    non hanno ricordi, non sanno.
    Oh patimento per la fine struggente!
    Resteranno solo le pietre scolpite
    sulla terra fatta di noi deserta.

  29. 29 On febbraio 11th, 2012, ENZO said:

    Ricordiamoci oggi di MARIA PASQUINELLI.
    Chi riesce a sapere dove abita, le porti un fiore.
    Deve sapere che non l’abbiamo dimenticata.
    Un bacio a te, Maria

  30. 30 On marzo 14th, 2012, ENZO said:

    ATTENZIONE!!!!!!!!!!! Vogliono nominare UN COMUNISTA presidente dell’IRCI!!!!!
    FERMATE QUESTO SCHIFOOOO!!!!!!!!!!!!

  31. 31 On giugno 11th, 2012, Recensione said:

    STORIA DI UNO DI NOI: ESULI ISTRIANI
    di Francesco Tromba, Unione degli Istriani, quinta edizione, Trieste 2007, pagg. 88.

    Nella copiosa letteratura dedicata al grande Esodo giuliano, istriano e dalmata, sia di natura memorialistica che di carattere storiografico, le ristampe sono un evento oggettivamente raro. Ecco un motivo in più per sottolineare il favore con cui è stato accolto questo contributo di Francesco Tromba, originario di Rovigno ed Esule da Pola, tanto da giungere a cinque edizioni nel giro di sette anni: a suo modo, un primato che ne suffraga l’interesse, cui non sono estranei il pathos e la commozione suscitati dalla lettura, ma nello stesso tempo, lo stile asciutto ed essenziale, senza concessioni alla polemica ed alla retorica. Concettualmente, l’Autore è un erede di Tacito, che espone i fatti lasciando la conclusione, peraltro implicita, a lettori resi consapevoli dalla chiarezza e dalla giusta concisione dell’opera.

    Si tratta della storia di una famiglia istriana, segnata dalla tragedia delle Foibe, che è rimasta scritta a lettere di fuoco nella memoria dei protagonisti. In primo luogo, è la storia di Giuseppe Antonio Tromba, padre dell’Autore, uomo integerrimo ed onesto lavoratore con le sole “colpe” di essere stato Legionario fiumano e di avere partecipato alla Marcia su Roma, brutalmente prelevato dai partigiani comunisti sotto gli occhi della moglie durante la “prima ondata” del 1943 e gettato nella foiba di Vines, presso Albona, assieme a tante altre Vittime. Diversamente da quanto accadde per altri 84 Caduti, i cui resti vennero recuperati dall’eroica squadra del Maresciallo Harzarich, le spoglie di Tromba sono rimaste nelle allucinanti profondità della terra istriana.

    Nello stesso tempo, è la storia della mamma Elia, sequestrata all’inizio della “seconda ondata” del 1945, a seguito dell’occupazione di Rovigno da parte dell’Armata popolare jugoslava durante le vicende belliche conclusive. La sua unica “colpa” era stata quella di avere denunciato la scomparsa del marito dopo la ritirata partigiana dell’ottobre 1943 e di avere fatto il nome dei suoi aguzzini italiani: quanto bastava per una lunga ed allucinante prigionia nei campi di Tito, da cui venne liberata dopo oltre un anno di stenti, nel giugno 1946, nonostante il parere contrario dei comunisti rovignesi. Infine, è la storia di un Esodo che ha portato l’Autore ad un lungo soggiorno nell’Orfanotrofio Francescano del Lido di Venezia, e solo più tardi ad avviare un’attività in proprio, mentre la madre e le figlie, dopo varie vicissitudini, avrebbero trovato una precaria sistemazione, addirittura nel Salento.

    Nell’opera di Tromba si cercherebbe invano, anche alla stregua della formazione cattolica, qualche espressione di odio personale o qualche spunto di vendetta; tuttavia, sua impronta costante resta la pregiudiziale etica, piuttosto che politica, nei confronti di “una nefanda ideologia da combattere sempre”. Del resto, in questo libro, sullo sfondo della storia familiare non mancano tante altre tragedie, come quelle degli artigiani e dei piccoli commercianti cui venne riservato lo stesso atroce destino di Giuseppe Antonio; per non dire di quelle dei bambini, che in qualche occasione vennero infoibati assieme ai genitori, come accadde alla “piccola Alice Abbà di soli 12 anni” secondo la precisa testimonianza dell’Autore, idonea a smentire la negazione di tale orrore da parte di una diffusa vulgata.

    Questo libro si distingue da un’ampia componente della letteratura sull’Esodo per un altro aspetto: l’assenza della rassegnazione e la costante speranza di riscatto, come si conviene a chi possiede una grande fede. Non a caso, Francesco Tromba, sfidando pericoli ed incomprensioni, ha voluto erigere una Croce a margine della foiba: piccola nella forma ma terribilmente grande nella sua grandezza morale, quale memento che intende esprimere un’ansia inestinguibile di giustizia per il padre e per tutti i Caduti.

    Vines, in questo senso, è un’eccezione, dovuta a nobile iniziativa personale, nel quadro di colpevole oblio che caratterizza le tante foibe rimaste in territorio dapprima jugoslavo, poi sloveno o croato, e le cui responsabilità vanno cercate soprattutto nel bel Paese, dove la “pietas” dovuta ad ogni Vittima, a più forte ragione dopo l’istituzione del Ricordo voluta dalla Legge 30 marzo 2004 n. 92, continua ad essere subordinata agli interessi, alle remore ed ai timori dei “vigliacchi d’Italia” (c.m.)

  32. 32 On luglio 4th, 2012, CONCERTO DI MUTI A TRIESTE said:

    «Nessuna pacificazione per il concerto di Muti»
    Written by clubradio | 29 luglio 2010 |
    Fonte: Il Piccolo — 19 luglio 2010 pagina 10 sezione: TRIESTE

    «Le cerimonie dei tre presidenti, svoltesi all’ex Hotel Balkan e al
    monumento all’Esodo, non hanno costituito un atto di pacificazione ed è
    patetico che si continui a indicarlo come tale». Questo il commento del
    presidente dell’Unione degli istriani, Massimiliano Lacota, in calce alle
    manifestazioni di martedì. Dopo aver rimarcato “la totale assenza di gente”,
    Lacota ha affermato che “si sarebbe invece registrata una massiccia presenza
    di esuli in un luogo diverso, cioè alla Foiba di Basovizza. Tutto questo –
    ha aggiunto – è stato un chiaro segnale del rigetto di una simile cerimonia
    da parte dei triestini e degli esuli istriani, contrariamente a quanto
    evidenziato dal presidente della Federazione delle associazioni degli esuli,
    Renzo Codarin, e di quello dell’Anvgd, Lucio Toth».. L’Unione degli
    Istriani, in un comunicato, si rammarica come “la causa della magra
    accoglienza riservata da Trieste al Presidente Napolitano sia riconducibile
    a proposte nate da esponenti nominati nel panorama associativo della
    diaspora giuliano-dalmata». Il presidente dell’Unione ha poi annunciato che,
    a breve, “saranno resi noti i risultati di un sondaggio che sconfessano
    quelli fuorvianti presentati da Anvgd e dal Cdm».

  33. 33 On marzo 16th, 2013, enzo said:

    Oggi 16 marzo MARIA PASQUINELLI compie 100 anni.
    Chi può (se qualcuno può…) le mandi un augurio, un fiore, le faccia sentire che non l’abbiamo dimenticata e che la amiamo.
    W Maria!!!! Gloria eterna ad una grandissima Italiana!!!!

  34. 34 On luglio 6th, 2013, enzo said:

    Mercoledì Maria ci ha lasciati.
    Maria sarà sempre con noi!!!!!

  35. 35 On agosto 11th, 2013, www//mariapsquinelli.blog said:

    www//mariapsquinelli.blog

    MARIA PASQUINELLI – TRIGESIMO

    RICORDO DI MARIA PASQUINELLI
    (Firenze, 16 marzo 1913 – Bergamo, 3 luglio 2013)
    Maria Pasquinelli è stata una patriota italiana, che si distinse nell’insegnamento (si era brillantemente laureata in Pedagogia), nell’attività di Crocerossina durante la seconda guerra mondiale, nella sistemazione e tutela delle tombe italiane in Dalmazia, nell’assistenza ai profughi istriani, e nei tentativi, tanto generosi quanto disperati, di promuovere la salvezza di un intero popolo dall’esilio e da una sconvolgente morte nelle foibe.
    Il 10 febbraio 1947, mentre a Parigi si stava per firmare il trattato di pace che sottrasse all’Italia gran parte dell’Istria e tutta la Dalmazia, programmando l’internazionalizzazione della stessa Trieste (rimasta tale fino al 1954), Maria espresse l’estrema protesta della sua gente rivolgendola contro il Brig. Gen. Robert de Winton, Comandante delle forze armate alleate cui era stata affidata la gestione di Pola sino alla data del trasferimento alla Jugoslavia (15 settembre).
    Ebbe inizio un lungo e duro periodo di detenzione, durante il quale Maria tenne comportamenti esemplari, anche dal punto di vista religioso. A Firenze, nella Casa Circondariale di Santa Verdiana, ebbe frequenti contatti con Mons. Giulio Facibeni, Medaglia d’Argento al Valore, fondatore della benemerita Opera “Madonnina del Grappa” e già allora in odore di santità; poi con il Vescovo di Trieste, S.E. Mons. Antonio Santin, e persino col fratello del Gen. de Winton, sacerdote a Friburgo. Fu sua l’iniziativa di far celebrare una Santa Messa di suffragio, ogni 10 del mese.
    Graziata nel 1964 dal Presidente Cesare Merzagora (ma non risulta che abbia sottoscritto in proprio la domanda), condusse vita assai ritirata, dapprima con la sorella, e negli ultimi tempi, rimasta sola, in una Casa di riposo a Bergamo. Tra l’altro, ebbe l’iniziativa di collocare una piccola Croce di marmo bianco presso il monumento funerario del Gen. de Winton nel Cimitero Militare di Adegliacco (Udine). La stessa consorte del medesimo si espresse con parole di umana comprensione per Maria, ed in qualche misura, per le motivazioni del suo gesto.
    Nonostante la perenne riservatezza, la nostra patriota è stata oggetto di significative ricerche storiografiche (Walter Jonna; Carla Carloni Mocavero; Rosanna Turcinovich Giuricin; Stefano Zecchi) e di notevoli contributi a livello giornalistico, che furono rilevanti all’epoca del fatto e sono tornati ad esserlo dopo la scomparsa di Maria, anche ad iniziativa della stampa estera (The Telegraph; The Times; Sydney Morning Herald; El Pais; Deutsche Nachrichten).
    Ricorrendo il trigesimo dal ritorno di Maria alla Casa del Padre, gli Esuli istriani, fiumani e dalmati ricordano nella preghiera questa loro patriota ed esprimono sentimenti perenni di memore affetto.
    3 agosto 2013
    IN MEMORIA DELLA NOSTRA SORELLA MARIA, PATRIOTA ITALIANA PER L’ULTIMA DIFESA DI ISTRIA E DALMAZIA, NEL TRIGESIMO E’ STATA CELEBRATA IN LITTORIA UNA SANTA MESSA DI SUFFRAGIO.
    Prima della Benedizione, Ottavio Sicconi, Esule da Parenzo, ha commemorato Maria Pasquinelli leggendo un ampio stralcio di questo ricordo e pronunziando commosse parole personali di circostanza.

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